ottobre 29, 2011

George A. Romero's Survival of the Dead


Sin dai primi minuti del film temi la solita solfa: epidemia di zombie e soldati, il tutto condito con  effetti speciali tremendi, una buona ricetta per un film di merda.
Poi pensi al regista, George A. Romero, e ti vengono in mente le immagini dello storico Zombi del 1978, ricordi con piacere i non morti, il centro commerciale e la critica sociale di cui è pregno tutto il film. Un buon motivo per continuare a guardare.



La trama: quattro soldati della guardia nazionale e un ragazzino decidono di raggiungere un'isola, una terra promessa non infestata da morti che camminano. Andranno incontro ad una faida tra le due famiglie più potenti del luogo, faida nata anche dalle divergenze dei due capi clan su come affrontare il problema dell'epidemia.
Nel mezzo di tutto questo una analisi semplicistica dell'utilizzo di internet come specchietto per le allodole, un riferimento alle politiche repressive contro l'immigrazione e all'integrazione, tematiche solo accennate e rese stantie dalla ripetitività dei giudizi del regista sulla società contemporanea.
Se poi aggiungiamo una prova recitativa non proprio eccelsa e una regia anonima, il film di merda è servito.

ottobre 27, 2011

Rammstein - Herzeleid (1995)

Herzeleid è l'album di esordio dei Rammstein, un gruppo nato nella prima metà degli anni novanta che integra ai martellanti ritmi industrial le pulsazioni provenienti dalla musica dance. Il gruppo deve il proprio nome ad uno storico incidente aereo avvenuto in Germania nel 1988 e si fa notare dal vivo per i volumi assordanti di cui fa uso, le architetture luminose esagerate e i musicisti che esaltano l’atmosfera già immonda spesso anche indossando  maschere munite di lanciafiamme. Lo stile musicale, comunque, caratterizzato dalla salda matrice metal su cui si poggiano una strana propensione alla melodia e un giusto dosaggio di elettronica costituisce un interessante esempio di crossover.
Con Wollt Ihr Das Bett In Flammen (volete vedere il letto in fiamme?) ha inizio il viaggio di Herzeleid: un inno cupo e autoreferenziale che da subito scopre l’ambiguità palese del suono nel suo complesso. L’effettistica aliena che interviene a sostegno della componente ballabile convive con un riff cattivo di chitarra su cui solenne si innalza la voce del cantante Till Lindemann.
Con Der Meister la potenza delle chitarre è liberata completamente insieme a tutta l’energia fisica della danza contenuta nel brano. L’ingresso è una versione amplificata in ferocia delle ritmiche da sala da ballo di fine anni ’80. Vortici caotici deformano gli stacchi di rullante e conducono in ambienti quasi lisergici dove d’un tratto una melodia in maggiore risulta riconoscibile: è un volo strano e di pochi istanti, una sospensione fragile che termina non appena una raffica di doppio pedale arriva per strattonarci bruscamente. Il paesaggio intorno si fa più cupo fino all’impatto violento sul terreno duro, la continua evocazione del disastro aereo.
L’invincibilità del suono in  Weisses Fleich, totalmente tenuto sotto controllo, avanza come farebbe un carro armato di un esercito dominante  in un contesto bellico ad alta tensione. La sensazione di trovarsi dentro ad un incubo è inevitabile, assomiglia al sapere di essere poco lontani da un pescecane, a largo di un oceano buio.
Un concerto
Con una vena di tradizionale hard rock  Asche Du Asche comunque non manca di surreali sussurri ipnotici e un acido motivo di basso, ma i momenti di romanticismo più esplicito vengono raggiunti in Seeman dove delicato l’arpeggio di chitarra si sovrappone a un tintinnio di metalli dolci e il basso, dal suono ineditamente caldo, privato dell'abituale distorsore, armonizza un canto malinconico: è una canzone che non riesce a fare a meno della tensione metallara o del noise, rimanendo però dentro ad una sorta di rigore europeo da conservatorio. Nonostante la regolarità della struttura il brano risulta comunque ambiguo anche per la presenza della tastiera che interviene a sostegno della melodia rendendola più celeste, fino al ritorno dell'arpeggio iniziale.
In Du Reichst So Gut è uno stacco in pieno stile dance a segnare l'avvio. Così può partire una danza ossessiva e in qualche senso poco libera che trasporta in una città violenta con le strade che pullulano di automobili in corsa e con le sirene spiegate. Le svirgolate sulle note acute della chitarra risuonano in mezzo a distorti riff orchestrali sovraincisi. La voce ingorda è quella di un guru irritato, o di un re che parla ai suoi sudditi guardandoli dall'alto e  sostenuto da un organo che dona magia all'atmosfera. Il limite del brano è il ritornello che sembra richiami a certe banalità del punk rock che comunque, nel complesso, non infastidiscono più di tanto.
Completano l’album Heirate Mitch in cui oltre a sentire uno dei pochi assoli di tutto il disco la voce ricorda le iniziazioni a certi oscuri riti massonici alla Eyes Wide Shut,  Das Alte Leid dove domina l’heavy metal, Herzeleid con i suoi riff incisivi, il ritornello celebrativo e le dinamiche oscillanti,  la stupenda Laichzeit, un esempio perfetto di come i riff metallari possono fondersi alla techno e Rammstein che chiude l’album in maniera perfetta e che viene utilizzata da Lynch nel 1996 in Strade Perdute (insieme a Heirate Mitch)
Nel suo complesso il disco può forse risultare un po’ ripetitivo e non pienamente riuscito nel tentativo di rendersi originale attraverso la contaminazione di diversi generi, ma merita comunque di essere ascoltato se non altro per le sue intenzioni.

ottobre 25, 2011

Folk Bottom vol.4 : Goodbye Mr. Jansch!


Bert Jansch - The Ornament Tree 1990


Il 5 ottobre scorso ha lasciato questa Terra uno degli ultimi massimi esponenti del folk britannico.
Insieme a John Renbourn, Robin Williamson della Incredible String Band e personaggi come Roy Harper, Nick Drake e John Martyn, Bert Jansch, fu tra i principali maestri della chitarra acustica negli anni Sessanta e Settanta. Di origini scozzesi, con il suo stile ibrido di folk e blues scrisse le pagine più emozionanti ed originali dell
a nuova stagione folk-europea, ormai lontana da un approccio di semplice "revival".
Tra i suoi primi lavori vanno ricordati l'esordio omonimo Bert Jansch del 1965
e lo splendido Bert & John insieme a Renbourn, che contiene una mirabile interpretazione di Goodbye Pork Pie Hat di Charles Mingus, e Birthday Blues del 1969.
Insieme a Renbourn,Terry Cox alla batteria e al glockenspiel , Danny Thomps
on al contrabasso e alla magica voce di Jacqui Mdshee, Jansch diede vita, tra il 1968 e il 1972, alla fortunata stagione dei Pentangle, pionieri insieme ai Fairport Convention e agli Steeley Span di un folk d'autore di grande fascino, e caratterizzato dalla sua raffinata miscela di folk, blues e jazz.
Fondamentale è l'ascolto del doppio Sweet Child del 1968, con una parte live e d'una in studio, che racchiude piccoli e cristallini momenti sonori come quell di Three Dances, No Exit e Watch The Stars. Molto intenso e dai toni soffusi è anche Basket Of Light dell'anno seguente, anche se l'altro capolavoro dei Pentangle è probabilmente Cruel Sister del 1970 con le splendide versioni della title-track e della lunghissima e preziosa Jack Orion.
Quest'ultimo brano da anche il nome all' ottimo album solista del 1966 di Jansch, che nel corso dei Settanta si conferma compositore e interprete della tradizione inglese, scozzese e irlandese di
grande talento e sensibilità, con dischi come Rosemary Lane del 1971 e L.ATurnaround del 1974.
Il discorso artistico di Jansch prosegue regolare negli Ottanta e nei Novanta che si aprono col il lodevole The Ornament Tree, come del resto anche al voltar del secolo in cui non tralascia mai l'importanza delle esibizioni dal vivo. L'ultima sua fatica e' stata The Black Swan del 2006.



The Pentangle


Discografia


Bert Jansch 1965-1978


Bert Jansch 1965
It Don't Bother Me 1965
Bert & John (con John Renbourn) 1966
Jack Orion 1966
Nicola 1967
Birthday Blues 1969
Rosemary Lane 1971
Moonshine 1973
L.A. Turnaround 1974
Santa Barbara Honeymoon 1975
A Rare Conundrum 1976
Avocet 1978



Pentangle 1968-1972


Pentangle 1968

Sweet Child 1968
Basket Of Light 1969
Cruel Sister 1970
Reflection 1971
Solomon's Seal 1972


ottobre 16, 2011

The wake. here comes everybody.





Nel 1985 la Factory Records rilasciava Here comes everybody, secondo disco della band scozzese The Wake. Capolavoro intriso di post-punk degli inizi ( Harmony, 1981) e barbagli di pop romantico e sognante del futuro che li condurrà sotto l'egida della Sarah Records.










here comes everybody

o, pamela

gruesome castle

ottobre 04, 2011

Hadestown :: A Folk Opera


Hadestown, uscito nel 2010, è la folk-opera concepita dalla cantautrice del Vermont Anais Mitchell e realizzata, sulla base delle sue canzoni, con gli arrangiamenti di Michael Chorney, che ha collaborato anche alle musiche.
L'intero album è ascoltabile su Youtube e facilmente scaricabile. A questo indirizzo si possono reperire tutte le informazioni su di esso e sui precedenti lavori di Anais Mitchell nonchè apprezzare l'artwork di Peter Nevins. L'opera si può seguire qui con un vero e proprio libretto,
completo di testi e riassunto della storia.
Nonostante venga definito dalla stessa autrice una folk-opera,nel disco trovano spazio gli stili musicali più diversi, a cui Mitchell e Chorney attingono molto liberamente per rendere vivida l'impressione di ogni scena e rinnovare uno dei miti più ricorrenti della musica, Orfeo e Euridice.
Il carattere folk è invece forte sia nella scelta di un mito greco,decisamente rurale,
sia in alcuni brani e nella centralità della chitarra acustica.
Figlia di un professore di lettere nonchè romanziere, Anais Mitchell fin dalla prima infanzia ha avuto contatti con i libri, specie con quelli di mitologia greca, e quest'influenza, unita al forte contatto con la terra (è nata e cresciuta in una fattoria senza televisore) e con una collezione di dischi psichedelici ha fatto maturare in lei l'idea della folk-opera.
Per aiutarla nel suo intento si sono offerti molti amici musicisti del Vermont, come Ani di Franco (cantante e chitarrista che ha scoperto Anais Mitchell mettendola sotto contratto
per la sua RighteousBabe) nel ruolo di Persephone, Greg Brown (un cantautore a metà strada tra un Dylan più ironico e un Tom Waits con meno raucedine noto anche per aver firmato alcuni brani dei Cake) in quello di Hades, Justin Vernon ( in arte Bon Iver, delicata voce cantautoriale rivelatasi nel 2008 con For Emma Forever Ago) nella parte di Orpheus, Ben Knox Miller
(del giovane gruppo country Low Anthem) come Hermes, il trio vocele The Haden Triplets a dar voce alle Fates e lo stesso Chorney nel ruolo di arrangiatore/orchestratore.
Nonostante l'intento ambizioso, il lavoro è riuscito in maniera stupefacente.
La straordinaria umanità dell'album trova la sua strada in canali musicali diversissimi, accomunati dalla forma di canzone e con arrangiamenti vari e complessi ma sempre musicali, mai furbi e neanche cervellotici o sovrabbondanti.
Molto interessante l'uso della batteria, spesso simile a quello nella musica "classica" contemporanea (ovviamente non nell'accezione di Allevi) con accenti e figure obbligate scritte a sostituire un pedante accompagnamento ormai abusato nel "rock".
Il tutto è incredibilmente curato senza per questo essere meno emozionante.
Nei brani, ovviamente di matrice folk, confluiscono ibridi fugaci, con accordi indiani dosati come spezie potentissime, accelerate drum & bass e filtri elettronici che coesistono perfettamente senza che nulla suoni assemblato, ma sia invece parte di un'unica visione multiprospettica.
Merito degli arrangiamenti di Chorney, ma soprattutto delle splendide canzoni di Mitchell che essi decorano senza sopraffare. I grandi artisti coinvolti sono poi ben più che meri interpreti.
L'ambientazione scelta per il mito è la Grande Depressione, cioè l'America degli anni '30, straordinariamente attuale, sia nel ritorno alla crisi economica che in quello a un folk primigenio.
L'apertura fa subito respirare l'aria delle verdi colline,con chitarra, contrabbasso, batteria spazzolata, violini e tremuli accordi lontani ad introdurre su un tempo sostenuto ma allo stesso ampio il duetto tra Anais Mitchell e Bon Iver, Eurydice e Orpheus prossimi alle nozze, poveri ma fiduciosi nella generosità della natura. Sullo stesso stile campestre, ma con l'aggiunta del pianoforte e su un tempo molto più disteso, 'Epic part One' compie le sue sognanti rivoluzioni malinconiche prima di fermarsi con l'arrivo di Hermes, che, tra latrati di cani e un'armonica da strada, trascina l'ascoltatore giù verso l'inferno con un uno scalmanato ballo jazz anni '20, in cui divampano cori e una tromba con sordina. Altrettanto innovativa per il mito e evidente metafora della società è la concezione del luogo infernale. Hadestown si presenta come un posto che promette infinite ricchezze attirando a se' i vivi che soffrono la povertà. Ma si rivela ben presto un regno di miseria e privo di libertà i cui sudditi,quasi lobotomizzati, non si rendono conto di ciò che contribuiscono attivamente a far esistere. Si difende dal "nemico" esterno, altri uomini in cerca di lavoro, erigendo muri e incitando al contrasto, alla freddezza e all'avidità. Dalla spettacolare opulenza infernale resta colpita Eurydice, preoccupata della povertà, mentre resta scettico Orpheus. La seduzione di Hades in persona si insinua però a passo di pizzicato con un valzer per accordion e soprattutto uno strepitoso Greg Brown, che utilizza le sue corde più basse
per scendere nell'Ade e calarsi nel personaggio del re dei morti, e Eurydice cede ('Gone, I'm Gone', un sofferto salto nel vuoto reso in musica). Le Fates giustificano la sua scelta con When The Chips Are Down, che parte africana evolvendosi sugli impulsi del basso in una danza latineggiante, mentre Orpheus si protende verso Eurydice con Wait For me, con tapes e figure di pianoforte perfettamente incastonati. E' l'intro per 'Why do we build the wall ?' , che cresce mattone su mattone salendo in alto con un ritornello sempre più lungo fino alla coda di accordion dolorosa e poi ipnotica. Nel brano, pietra angolare dell'album e forse suo vertice compositivo, Hades istruisce i suoi seguaci chiedendo loro conto della lezione, fino a ripeterla soddisfatto con essi. Sua moglie Persephone è invece introdotta su un sinuoso blues-jazz tra incitamenti e cori,chitarre e vibrafoni perfettamente a loro agio. Sembra di entrare in un club, in cui Persephone come Hades fa le sue proposte infernali ad avventori estasiati seducendoli con la sua voce irresistibile, mentre gli archi spaziano da melodie d'epoca a più moderne e sincopate fratture jazz. 'Flowers' è una canzone successiva al suicido, Eurydice ha tutto il tempo del mondo per spiegare la sua scelta e pentirsene. Nonostante gli ammonimenti delle Fates un Orpheus totalmente fuori di se' eppure calmo come se sognasse decide di inseguire la sua sposa non avendo più nulla da perdere. Il suo canto smuove il cuore di Persephone, ma Hades non vuole provare pietà, conscio della potenza devastante della musica("the kingdom will fall for a song").
Il canto di Orpheus continua sempre più bello e Hades, colpito suo malgrado, resta solo nei suoi dubbi.Tra campane tubolari, tintinnii sotterraneie gelidi accordion matura la sua perfida concessione ai due amanti, certo che, da conoscitore di tutti gli uomini,"Doubt Comes In".
Nello psichedelico brano omonimo, con la batteria monotona a scandire i passi del lungo scuro cammino verso la luce del ritorno alla vita,sembra davvero di trovarsi in caverne gocciolanti, in cui riecheggiano cieche note di archi fino all'irreparabile errore, una luce accecante e stridente di tutti gli strumenti.
Dal silenzio la musica ricomincia solo con la chitarra e le voci di Ani di Franco e Anais Mitchell.
E' il saluto finale, "I raise my cup to him", un brindisi agrodolce intonato dall'inferno alla memoria di Orpheus, e forse anche a quella di tutti i musicisti e di coloro che "cantano" nelle situazioni più difficili. La dedica di Persephone e Eurydice si estende poi verso la sterminata umanità protagonista dell'opera con i suoi archetipi, chiudendo il disco con"goodnight,brothers,goodnight".

settembre 14, 2011

Folk Bottom vol. 3 : an introduction to Robbie Basho


Quello della chitarra folk solista è un'arte sublime e raffinata che in pochi, nel corso della storia della popular music, sono riusciti ad esplorarne le infinite possibilità espressive e le più misteriose sfumature. Quando si parla di una personalità come Robbie Basho bisognerebbe trattenere il respiro, evitare di voler riferire qualcosa di significativo sulla sua opera, quasi come se fosse possibile coglierne l'intero significato. L'arte di Basho è innanzitutto priva di significati certi e codificabili, poichè talmente profondi da relegare al solo ascolto la possibilità di approdare nel mondo nascosto di intime impressioni individuali. La sua musica è dunque di natura organica nel senso che non rispetta forme prestabilite ma s'insinua nel flusso cosmico e dinamico delle cose. Breve ma essenziale risulta essere la piccola biografia di Basho inserita nell'Enciclopedia Rock anni'60 curata da Riccardo Bertoncelli ed edita per Arcana nel 1998 : "Personaggio unico nel panorama musicale degli ultimi anni, Robbie Basho è uno dei maggiori virtuosi di chitarra acustica e autore di composizioni che riflettano singolari interessi filosofici e spirituali. Robert Robinson (n. 1941- m. 1986, USA) si fa notare nei circuiti folk di Berkeley intorno alla metà dei '60, con uno stile composito in cui elementi di blues, folk e cajun si incrociano con raga indiani, flamenco, musica giapponese, cinese e classica europea. Non vi sono notizie precise su come e quando l'artista abbia maturato una cultura tanto varia; curioso e inspiegabile appare anche lo stile vocale, enfatico e tenorile, che sfrutta doti naturali non comuni. Quando Robinson, incoraggiato da John Fahey, nell'estate 1965 inizia a registrare per la Takoma, si fa già chiamare Basho, pare in onore di un antico poeta giapponese. The Seal Of The Blue Lotus e The Grail And The Lotus sono dischi esclusivamente strumentali, caratterizzati da lunghi brani e improvvisazioni di furibonda creatività; Basho Sings, frutto dei primi giorni d'incisione ma pubblicato solo nel 1967, è invece una raccolta di canzoni in forma di musica popolare. La maturazione di Basho è evidente con il successivo lavoro pubblicato in due volumi, Falconer's Arm vol. 1 e 2; è quasi musica sinfonica per chitarra, con sapienti inserti vocali. Dopo due anni di silenzio, Basho all'inizio dei '70 crea i suoi capolavori, Venus In Cancer e Song Of The Stallion, opere di grande poesia sorrette da una tecnica abbagliante. Poi passa alla Vanguard per due album che denetono una certa involuzione; The Voice Of The Eagle, prevalentemente cantato, è una celebrazione degli indiani d'America (argomento ripreso poi in Rainbow Thunder Songs Of The American West), mentre Zarthus vede l'artista cimentarsi al piano per tutta la seconda facciata. A quel punto Basho sparisce per quasi quattro anni, probabilmente impiegati a girovagare (si dice in Tibet) ampliando le proprie conoscenze. Solo nel 1978 ritorna ai dischi, grazie alla Windham Hill di William Ackerman; frutto della rentrée è Visions Of The Country, il lavoro migliore dell'ultimo periodo. Negli anni seguenti Basho continua a produrre buona musica su album e cassette senza curarsi di mode e tendenze commerciali, nonostante la non facile situazione finanziaria. Muore di cancro nel marzo 1986."
A queste informazioni potremmo aggiungere dicendo che l'interesse dei raga indiani venne a Basho dall'incontro con la musica di Ravi Shankar e di Ali Akbar Khan, mentre il poeta giapponese a cui si fa riferimento dovrebbe essere identificato in Matsuo Basho, vissuto tra il 1644 e 1694 e considerato tra i massimi maestri della poesia haiku.
Di certo Basho, insieme al citato amico John Fahey, "è il musicista folk che più consciamente ha saputo astrarre e universalizzare lo spirito trascendente dei raga, trasferirlo nell'infinito delle grandi praterie e delle verdi colline americane, sposarlo al respiro della natura vergine e selvaggia (The History of Rock Music by Piero Scaruffi)".



DISCOGRAFIA



The Seal Of The Blue Lotus 1965

The Grail And The Lotus 1966

Basho Sings! 1967

The Falconer's Arm Vol. 1 1967

The Falconer's Arm Vol.2 1967

Venus In Cancer 1970

Song Of The Stallion 1971

The Voice Of The Eagle 1972

Zarthus 1974

Visions Of The Country 1978

The Art Of The Acoustic Steel String Guitar 6&12 1979

Rainbow Thunder Songs Of The American West 1981

Twilight Peaks 1985




COVER ART


































settembre 06, 2011

Singolarità di una ragazza bionda, un film di Manoel De Oliveira.



Lisbona è una cartolina col suo statuario panorama, una semplice città, caotica come altre, universale, e da lontano la si spia, troppo lontano da essere quasi invisibile, un fantasma d’amore dietro le tende della finestra di fronte, percepito e trasudato attraverso la foggia diafana di un velo come in un sogno o in un ricordo distante. E infatti stiamo fuggendo, il fischio del treno ci chiama a dimenticare.

La singolare ragazza bionda, la femme d'à côté – aleggia lo spirito romantico e di devozione spiccatamente ottocentesco tanto caro a Truffaut - farà la sua apparizione dalla finestra di fronte dell’ufficio di Macario (Riccardo Trepa), l’eroe dal cuore affranto, stravolgendogli la vita. Una sventura, così racconta alla sconosciuta nel treno, una donna qualsiasi capitata al suo fianco, una/o qualsiasi spettatore del viaggio - quello che non vuoi dire alla tua donna, quello che non vuoi dire al tuo miglior amico, dillo ad uno sconosciuto, recita una voce off poco dopo i titoli di testa, forse il pensiero ossessionato del protagonista stesso.

Il suo spirito irrequieto e le sue parole madide di sofferenza ci proiettano verso l’innamoramento, permeato di un romanticismo dostoevskiano --–… all’improvviso, per caso, alzo gli occhi – davvero, il cuore mi ha dato un balzo ! Come avevate capito bene quello che desiderava il mio cuore ! (povera gente) -- dove il morboso carteggio tra Makar e Varvara viene custodito da segrete attese e sguardi languidi tra Macario e l’incantevole ragazza bionda, Luisa (Catarina Wallestein).

Dopo aver chiesto la mano alla madre della ragazza, Macario deve scontrarsi contro l’austerità, che cinge il ridicolo, di suo zio Francisco che intransigente non concede alcuna possibilità di matrimonio. Costretto a lasciare casa e lavoro viene spedito a Capo Verde per affari da dove ritorna con un’ingente somma di denaro, la dote utile per l’agognato e indissolubile sogno d’amore. Ma il suo casuale benefattore, l’uomo dal cappello di paglia, si rivelerà una canaglia trascinando Macario nel baratro. E proprio quando tutto sembra perduto e l’uomo si appresta a lasciare nuovamente Lisbona e la bella Luisa, per risollevare la drammatica situazione finanziaria, ecco l’inopinata mossa dello zio Francisco che riaccoglie il nipote sotto la sua protezione. Il matrimonio s’ha da fare.

Il film è una favola dal sapore amaro, tratta dal racconto di Eca de Queiroz, e tradotta con una sceneggiatura intrisa di sospensione e immobilità letteraria - il cinema portoghese è storicamente e intrinsecamente legato alla letteratura - riadattate ai tempi moderni, al nuovo millennio.


Una poesia in cui la bellezza singolare di una ragazza bionda si cela con civetteria dietro uno splendido ventaglio cinese, in cui i corpi degli amanti, appartati fuori campo, vengono catturati attraverso le loro ombre proiettate sui gradini di una scalinata e in cui un bacio viene scortato da una gamba sollevata all’indietro a mezz’aria.

L’inossidabile Manoel De Oliveira, appena superato il secolo di vita, afferra col minimale occhio bressoniano – e il suo pessimismo, quello de l’argent, indagatore della corruzione morale dell’uomo - inquadrature statiche ad incidere gli attori in pose scultoree, e anche un teatrale e spiazzante risvolto finale, dove il corpo della donna a lungo desiderata giace inerte e abbandonato su di una poltrona sfumando ogni ombra di lieto fine - e il mondo sembra non aver più bisogno dei sentimenti e insegue un futile cappello, e il mondo sembra aver dimenticato la dignità e nasconde in una mano un anello dalla pietra preziosa.



P.S. il film, della durata di un'ora, è interamente visionabile su youtube diviso in 5 parti e in lingua originale e con sottotitoli in italiano (non proprio impeccabili), qui la prima parte: http://www.youtube.com/watch?v=OgNA9VQyWvk


agosto 21, 2011

Notes From Switzerland Underground



La scena rock svizzera degli anni Settanta non fu per nulla ricca di sfumature e innovativa come quella delle confinanti Francia, Germania o Italia, e per transività , non ebbe neppure il fervore del contesto svedese e inglese. Probabilmente anche la scena rock della penisola balcanica, nonostante il perdurare del regime sovietico, ebbe un maggior ventaglio di proposte musicali, per quanto non sempre di elevata qualità e comunque non di raro strettamente dipendenti dai modelli anglo-sassoni, nonché bloccate nell’esigenza primaria di esprimere in maniera più diretta ed efficace la necessità di una riforma sociale sempre più invocata dalle masse popolari. La sua posizione geografica poneva però la Svizzera facilmente vicina all’orbita teutonica del novello krautrock e della Kosmische Musik dove Amon Duul II, Popol Vuh, Tangerine Dream, Faust, Can,Ash Ra Tempel, Klaus Schulze, Kluster e Kraftwerk ne avrebbero concepito i momenti più emozionanti ed esplorativi, lontani miglia da qualsiasi referente col reale concreto e palpabile, delegando esclusivamente alla mente il potere di sondare nuovi mondi invisibili dove poter colonizzare lo spazio di un necessario ed infinito percorso di redenzione spirituale. L’immaginario musicale dei Brainticket, formazione svizzera, ma guidata dal belga Joel Vandroogenbroeck, rispondeva efficacemente a questa priorità esistenziale d’anelito verso un nuovo cosmo psicologico… già manifestatasi nel primo album Cottonwood Hill del 1971. Qui il flauto orientalizzante di Vandroogenbroeck scandisce i tempi e dialoga magicamente con la spasmodica e riverberata voce femminile nel brano Places Of Light… Ma l’apoteosi assoluta è già raggiunta nella suite Brainticket suddivisa in tre sezioni…Lo schema ricalca lo stesso motivo d’organo e di percussioni per 26 minuti, sul quale vengono ricamamati come in una minuziosa tela di Penelope una miriade di suoni naturali e artificiali…un concerto di musica concreta di rara inventiva…mentre la performance vocale di Dawn Muir è agghiacciante…urla…gemita…gode…il suo respiro è affannoso…è semplicemente la preda di un orgasmo totale…nel rituale indigeno di una oscura psichedelia erotica. L’idea di base dei Brainticket è quella di fondere i suoni elettronici con le variegate sonorità esotiche, come si evince più esplicitamente nel secondo Psychonaut del 1972, dove il flauto fa sempre da padrone e Ragaduca e Coc’O Mary sono due esempi altissimi della padronanza stilistica dei Brainticket che suggellano poi il loro testamento artistico nel concept mitologico egiziano di Celestial Ocean del 1974, con una musica ancora più flussuosa, con magici inserti di percussività elettronica tribale dispersi in vortici cristallini di cori dalla provienenza sconosciuta. Con Celestial Ocean il viaggio nell’Io più profondo raggiunge un punto di non ritorno…la terra è ormai lontana e il rito iniziatico ispirato al libro egiziano dei morti ha prodotto il suo indelebile e teraupetico effetto. I successivi Adventure del 1980 e Voyage del 1982 proseguono del resto sugli stessi sentieri galattici, immortalando il sound lisergico ed allucinogeno dei Brainticket nell’empireo supremo della Kosmische Musik europea. Anche i dischi solisti di Vandroogenbroeck sono di tutto rispetto, soprattutto il panteistico Images Of Flute In Nature dove approfondisce le sperimentazioni precedenti ma con pulsazioni meditative più distese e pacate. Un'altra costola dei Brainticket è poi rappresentata dal progetto Drum Circus, dove accanto al solito Vandroogenbroeck c’è anche il batterista Peter Giger dei Dyzan, altra formazione tedesca di notevole suggestione, pionera insieme agli Embryo del più originale jazz-rock-etnico degli anni Settanta. Magic Theatre, l'unico album pubblicato nel 1971, è un ennesima perla di una medesima poetica a cavallo tra occidente ed oriente, elettronico ed acustico, folk e jazz. L’unica altra band svizzera di quell’epoca degna di nota sono i Krokodil, dediti ad un robusto rock-blues psichedelico supportato anche dall’utilizzo del sitar, formula che raggiunge il vertice espressivo nei 15 minuti di Oddyssey In Om, contenuto nel loro capolavoro An Invisible World Revealed del 1971. L’influenza della musica indiana è del resto sempre presente nei loro dischi grazie anche alla presenza delle tablas e del flauto…che disegnano momenti d’intenso edonismo che si alternano a momenti più aggressivi dove le parti chitarristiche possono essere memori del sound West Coast di Grateful Dead o Country Joe & The Fish e si omegenizzano perfettamente con un’onnipresente armonica sempre in grande spolvero.


DISCOGRAFIA


Brainticket


Cottonwood Hill 1971

Psychonaut 1972

Celestial Ocean 1974

Voyage 1980

Adventure 1982



Drum Circus


Magic Theatre 1971



Krokodil


Krokodil 1969

Swamp 1970

An Invisible World Revealed 1971

Getting Up For The Morning 1972

Sweat And Swim 1973







agosto 03, 2011

La triste strega è tornata.





" Questa sorta di partitura musicale tra corpi / fiumi emersi sotto il peso incontrollabile del quotidiano mentre una passione snocciola la sua bellezza nei ricami del cielo "

Vanna Carlucci, poeta.



Grouper è un pesce: solitario, territoriale e piuttosto schivo. Caratteristiche comportamentali che probabilmente hanno spinto la silfide Liz Harris nella scelta del nome di questa sibillina specie marina come moniker. La sua musica è un crepuscolare dream-pop cesellato da una chitarra vaporosa e riverberi di Wurlitzer miscelati in un atmosfera mitopoietica.

L’avventura della ragazza di Portland comincia nel duemilacinque con ben due album nel giro di un anno: il primo omonimo (quasi irreperibile) e il secondo Way their crept - ode ai Throbbing gristle scritta da Arvo part, sentenziò Liz - coacervo di voci e strati di droni che esplode sui titoli di coda: Where it goes, colonna sonora di Dirty ones, mistico cortometraggio che vede la produzione di Harmony Korine e la presenza sulla scena della giovane sorella Rachel. Una vera chicca.

Il terzo lavoro è Wide: pennellate di voce spettrale, afflato impalpabile lontano da una mera forma canzone. Tormenti di un fantasma.

Nel successivo In Cover the windows and walls la chitarra s’inspessisce creando strati poderosi nel dittico finale You never came e Follow in our dreams: tra crepitii di un vecchio grammofono risuonano partiture eteree.

Il duemilaotto è l’anno della svolta, è il tempo della consacrazione: Dragging a dead deer up a hill, il suo secondo disco per la Type records. Lungo la scia dell’oscuro dream pop degli inizi appare un’anima cantautoriale con chitarra acustica e voce che cedono alla forza di gravità: heavy water/ I’d ratherin be sleeping. Grouper solca il pianeta Terra.

Un anno più tardi il prezioso miracolo

contenuto nell’ep Vessel, Hold the way.

Il suo vertice artistico.

Lo scorso aprile, dopo un paio d’anni di silenzio, viene rilasciato per la Yellow Electric il nuovo doppio album A | A: alien observer and dream loss, come al solito sold out prima delle stampe. Alien observer è anche il titolo del primo singolo: tre minuti di grazia impreziositi da un video lesbomacabro. Ma il capolavoro dell’opera è Vapour trails: nove minuti scortati da grappoli di piano e riverberi di chitarra che ci proiettano in un viaggio interstellare; lentamente il piano si defila per far spazio alla voce dimessa e fioca di Liz che nel finale viene nuovamente sommersa. In chiusura torreggia Come softly: toccante sinestesia tra voce eterea e piano magico, fosca confessione venuta dal vento.

Vento alieno in cui vengono dissolte le tracce del secondo disco, Dream loss. Sette brani opachi, atoni, con chitarra roboante (I saw a ray), voce disperata (Soul eraser) e abbacinante su un tappeto di schitarrate dark (A lie). Il nastro si riavvolge, è il ritorno alla primitiva disillusione, alla perdita del sogno. Tra ombra e luce.

La triste strega è tornata. Ed è la sua ennesima ottima prova, oramai un culto nell’underground musicale americano - tra i suoi fan gli Animal Collective: un tour nel duemilanove e la partecipazione all’ultima edizione del Coachella - e influenza imprescindibile per l’anima tetra di Chelsea wolfe, l’angelica newyorkese Julianna Barwick, la poetessa neozelandese Alicia Merz (Birds of passage) e per tutto il filone chill-wave e ipnagogico che infesta il Nord America.


ascolta:

Follow in our dreams http://www.youtube.com/watch?v=BeHks76-eqI

Hold the way http://www.youtube.com/watch?v=yhiKqkmkvO4

Vapour trails http://www.youtube.com/watch?v=vUPTCDvpdE4

vedi:

Dirty ones, cortometraggio di Brent Stewart, prodotto da Harmoy Korine, colonna sonora di Grouper ( where it goes ) http://www.youtube.com/watch?v=_fi6WWdiTtk


P.S. vi consiglio vivamente il breve scritto sul nuovo disco di Grouper di Filippo Righetto su: http://www.monthlymusic.it/BeTa/2011/04/15/grouper-a-i-a/

luglio 31, 2011

"Eravamo vivi e non lo sapevamo... ora stiamo morendo e non vogliamo capirlo!"

Tempi di myspace, di twitter, di facebook, di contest. Tempi in cui blog e siti urlano ogni giorno il nuovo capolavoro, il nuovo miracolo discografico - il nuovo questo e il nuovo quello. Poche, rarissime le volte in cui le parole mantengono fede. Ed allora se come si dice "ai posteri l'ardua sentenza", se l'oggi non è sempre decifrabile possiamo almeno capire come si era. Cosa c'è stato e rimembrare.
E' passato ormai oltre un decennio dal terrore del millenium bug. Per molti scrittori di questo blog e molti lettori gli anni '90 sono stati quelli formativi. Delle prime pomiciate e dei primi atti onanistici. E con ogni probabilità in quegli anni molti di noi (compreso il sottoscritto) hanno fatto una conoscenza a dir poco sconvolgente. Nella loro vita è entrata "Sua Maestà Rock". Ed anche se alcuni dicono di non credere più nel rock, ricordiamogli cosa c'è stato. Innanzitutto è doveroso fare alcune precisazioni, perché l'argomento che qui si vuol trattare è dato dalle produzioni Made In Italy nell'ultimo decennio del millennio scorso. In maniera molto, ma molto, riduttiva si può dire che il concetto di musica rock in Italia è giunto con molto ritardo rispetto agli altri paesi occidentali. Se universalmente è riconducibile al periodo dei "Meravigliosi anni '60" il massimo splendore a livello musicale (soprattutto per quanto riguarda Stati Uniti ed Inghilterra), in Italia le cose andavano leggermente controcorrente. Mentre il dualismo Beatles vs Rolling Stone infervorava, nel Bel Paese si usciva faticosamente dal cantagiro. Si sfiorava il grottesco col fenomeno delle "traduzioni" delle hit anglofone. Si riconosce già allora qualche cane sciolto talentuoso, ma poca roba. Nel decennio successivo le cose miglioreranno cominciando ad avere un certo mood rappresentato sia dagli spaghetti prog., dove gli Area del versatile Stratos sfoggiano grandi dischi; e sia grazie al cantautorato che mostra grande personalità.
Negli anni '80 grazie, probabilmente, all'esplosione di post punk e new wave in Italia giungono finalmente le prime produzioni autoctone. Certo, l'ispirazione al sound anglofono è ancora forte, ma i lavori non puzzano di “plagio” ma sembrano autentici.
Ma, bisogna attendere la caduta del muro per poter vivere la nostra El Dorado. Dalla caduta del muro sino all'avvento dell'euro in Italia si vive probabilmente il periodo più gravido del rock.
Molto lo si deve alla nascita di alcune storiche etichette indipendenti. La defunta Vox Pop, la Mescal (che annovera tra i fondatori Luciano Ligabue) ed il progetto del Consorzio Produttori Indipendenti.
Quest'ultima meriterebbe un capitolo a parte; limitiamoci a dire che è il 1994 quando l'etichetta I dischi del mulo (fondata da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni) si fonde con la toscana Sonica (creata da due ex componenti dei Litfiba, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli).
Ed allora partiamo con ordine. Dopo la caduta del muro l'acronimo CCCP diventa caduco e il sensibile Ferretti decide di sciogliere il gruppo. Poco male, da quelle ceneri nasceranno i Consorzio Suonatori Indipendenti, composto oltre che da Ferretti e Zamboni dai nuovi compagni di sbronze Maroccolo, Canali e Magnelli. Una band di tutto rispetto, con Canali e Zamboni alle chitarre, Magnelli al piano, Maroccolo al basso e un redivivo Ferretti alla voce, coadiuvato da Ginevra Di Marco ai cori. Attivi per circa un decennio produrranno una manciata di dischi di cui sono da ricordarne almeno tre. Nel 1994 per la storica emittente Videomusic esce il live unplugged In quiete. Un disco di un intimità avvolgente in cui i CSI ripropongono in chiave acustica alcuni vecchi pezzi dei CCCP, oltre che ad una languida versione di Lieve degli allora esordienti Marlene Kuntz. Nel 1996 tocca al capolavoro Linea Gotica: qui Ferretti, Canali, Maroccolo, Zamboni e Magnelli mostrano il meglio della loro unione. Un disco toccante ed impegnato (Cupe Vampe, Linea Gotica), ammirabile nei suoni (un orecchio attento noterà con grande fatica l'assenza di batteria) e nei testi e dove brilla E ti vengo a cercare, cover di Battiato che duetterà con Ferretti nella registrazione . Nel 1997 con Tabula Rasa Elettrificata la band, con sommo stupore di Boncompagni, giungerà in vetta alle classifiche italiane.
Ovvio, quasi scontato, passare alla band che probabilmente incarna più di tutte il concetto di rock negli anni '90. Chiaro che si parla degli Afterhours e di quel Manuel Agnelli croce e delizia del panorama underground italiano. Cominciano a far baccano sul finire degli anni '80 e dopo un paio di dischi in inglese targati Vox Pop, sempre per la medesima nel 1995 esce la bomba. La decisione di passare alla lingua italiana è forse la chiave di svolta. Tra sonorità post-grunge, noise nostrano e curiosi testi in cut up Agnelli e compagni danno alla luce Germi. Un disco ruvido, graffiante, incazzato; un disco coi contro coglioni. A pezzi storici della band (Germi, Strategie, Dentro Marilyn) rivisti in italiano si aggiunge una particolare cover di Mio fratello è figlio unico del genio Rino Gaetano. Due anni dopo si passa sotto la Mescal e questa volta si grida al capolavoro (e non si è esagerati). Hai paura del buio? è probabilmente l'album più significativo della band (e di diritto uno dei dischi italiani più completi). Un disco miele e ruggine in cui Agnelli sciorina il suo intero repertorio canoro e in cui la band tutta mostra eclettismo raro in Italia. Difficile rimanere impassibili davanti a brani come Punto G, Pelle o Rapace. Nel 1999 sempre su Mescal esce Non è per sempre, un disco più fresco rispetto ai primi due (e se l'uscita dal gruppo di Xabier Iriondo sarà pesante) anche questo disco riuscirà a farsi apprezzare. Nel nuovo millennio è da ricordare Quello che non c'è.
Su Mescal verrà prodotta la trilogia chimica dei Bluvertigo: Acidi e basi (1995), Metallo non metallo (1997) e Zero- ovvero la famosa nevicata dell'85 (1999).
Sempre l'onnipresente Mescal seguirà gli elettrizzanti esordi dei Subsonica con SubsOnicA (1997), Microchip Emozionale (1999) e Amorematico (2002).
In Piemonte, fucina di grandissime band negli anni '80, crescono ed esordiscono i Marlene Kuntz. fragoroso è il loro esordio per la CPI, quel Catartica ancora oggi elevato ad oggetto di culto. La band di Godano mostra un uso della lingua italiana pregevolissimo ed elevano ad arte feedback e noise come nessuno aveva fatto in Italia (per un po si porteranno dietro la scomoda etichetta di "sonic youth italiani"). Disco devastante in cui pezzi come Sonica, Trasudamerica  e la bellissima Fuoco su di te portano vento nuovo sulla penisola. Nel 1996 tocca ad un altro piccolo capolavoro dall'eloquente titolo de Il Vile, lavoro più maturo in cui arpeggi melodici e strati di feedback sono dosati con sapienza. Il chiassismo chitarristico tocca vette imponenti in pezzi come Ape Regina. E' da ricordare anche l'ottimo Ho Ucciso Paranoia.
E veniamo a quei Massimo Volume ritornati sulle scene dopo più di un decennio dopo aver impressionato nei nineties. Nulla come loro prima, tutto uguale dopo. Non è ardita questa espressione. Dopo una gavetta di tutto rispetto nel 1993 esce Stanze. Un disco in cui la parola sperimentazione (oltre nella recitazione dei versi anche nel contenuto dei testi Vedute dallo spazio/Ororo) ripercorre in tutte le tracce. Il disco soffre del pensiero di due teste pesanti: Emidio "Mimì" Clementi ed Umberto Palazzo. Come inevitabile che sia uno era di troppo e a fare i bagagli sarà Palazzo che porterà le sue idee nei Santo Niente. Con le idee più chiare nel 1995 è il tempo di Lungo i Bordi che vede un certo Fausto Rossi (autentico cane sciolto della nostra musica) alla produzione. Disco struggente, sospeso tra ricordi sfocati e desiderio di realtà (Primo Dio). Uscirà per Mescal nel 1997, forse, il loro album più rappresentativo, Da qui (che dopo aver sfiorato la produzione di John Cale) è affidato alle sapienti mani di Steve Piccolo. In questi dischi (ma anche nel nuovo Cattive Abitudini) la band mostra il loro marchio di fabbrica: la voce profonda di Mimì a declamare i suoi versi e i sempre presenti Egle Sommacal e Vittoria Burattini a fornire l'ambientazione migliore per accompagnare quelle parole. Saranno una delle band più rappresentative del decennio e fonte di ispirazione per molte band attuali. Mimì è da ricordare ed apprezzare anche nelle vesti di scrittore.
Come detto Palazzo per portare a compimento i suoi progetti fonderà i Santo Niente con i quali darà alla luce dischi di tutto rispetto come La vita è facile del 1995 e 'sei na ru mo'no wa na'i del 1997, entrambi su CPI.
Forgiati dall'esperienza del Great Complotto Pordenone, due membri dei Futuritmi fonderanno due band esplose sul finire degli anni '90. Il primo è il signor Davide Toffolo (che oltre a cimentarsi col rock n' roll è bravissimo e capacissimo autore di fumetti) che fonderà I Tre Allegri Ragazzi Morti. Attivi tutt'ora, anche se incomprensibile è la loro svolta reggae, sul finire degli anni '90 portano a compimento Piccolo Intervento a vivo (1997) bellissimo esordio in rock e Mostri e Normali (1999) contente una Dimmi, cover italiana di Ask degli Smith.
Il secondo è Gian Maria "GM" Accusani che fonda assieme a due signorine (Eva Poles ed Elisabetta Imelio) i Prozac +.
Testi ed abbigliamento sono in bilico tra punk e raver. Esordiscono con Testa Plastica nel '96. Due anni dopo raggiungono il successo con il tormentone Acidoacida e la melanconica Betty Tossica. Nel 2000 torneranno protagonisti con un altro singolo Angelo in 3 Prozac +.
Dalla Toscana, e precisamente da Livorno, giunge una band in costante crescita: ovvero i Virginiana Miller. Nel 1997 esordiscono con la Baracca & Burattini con lo splendido Gelaterie Sconsacrate, disco che riscuoterà successo meritato da parte del pubblico e diversi plausi dagli addetti ai lavori (Altrove, L'uomo di paglia). L'onnipresente Canali parteciperà a produzione e registrazione del disco. La voce del disagiato Simone Lenzi è una carezza calda e profonda, rassicura e rilassa ad ogni ascolto. Nel '99 sarà il turno di Italiamobile. Attivi anche oggigiorno, si ricorda la loro ultima fatica Il primo lunedì del mondo come tra i dischi più belli dell'anno appena trascorso.
Piemontesi come i Marlene Kuntz sono i Fluxus. Attivi dal '92, nel '95 accolgono resti delle ceneri di un'altra storica band, quei Negazione band di culto nell'hard-core italiano. Con Pura lana vergine (1998) mostreranno un sound pregevole in bilico tra hard-core e noise.
Paolo Benevegnù, nome di spicco del cantautorato attuale, muove i primi passi negli Scisma. Tra pop e new wave la sua vena cantautorale è già rintracciabile. Da ricordare Rosemary Plexiglas (1997) e Armstrong (1999).
A marzo è uscito il loro capolavoro Wow (da segnalare, seppur con qualche intoppo, come miglior tour italiano) i Verdena esordiscono timidi ed impacciati nel 1999 (ma attivi dal 1995) con l'omonimo album in cui sono presenti le hit generazionali Viba e Valvonauta. Una delle poche band seguite sin dagli esordi da una major.
Da ricordare sono un gruppo forse sottovalutato in Italia, i catanesi Uzeda. Presi sotto l'ala protettiva da quel re Mida della musica che è Steve Albini (produrrà il loro secondo disco) gli Uzeda mostrano un sound math rock inusuale in Italia; oltre a cimentarsi anche loro in sperimentazioni noise. Consigliati sono gli ascolti di Waters (1993) e Different section wires (1998).
Sono da ricordare anche personalità, cantanti e progetti che hanno avuto successo negli anni recenti ma che hanno fatto palestra negli anni '90. Oltre al pluricitato Giorgio Canali (che assieme ai Rossofuoco ha dato esempio di maestria cantautorale e musicale) è da citare anche l'irriverente e sobrio Pier Paolo Capovilla attivo già sul finire degli anni '90 con i devastanti One Dimensional Man ed ha proseguito come frontman degli schizzati Teatro degli Orrori: Dall'impero delle tenebre (2007) e A sangue freddo (2009) entrambi usciti sull'etichetta Tempesta.
Da segnalare quest'ultima etichetta, nata nel 2000 per volere del bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Enrico Molteni. La Tempesta per alcuni versi sta ripercorrendo i fasti vissuti da Mescal e CPI nel decennio precedente mettendo sotto contratto sia la vecchia scuola (One Dimensional Man, Canali, Massimo Volume) sia i delle volte discutibili esordienti ed esponenti del "nuovo rock italiano".