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ottobre 29, 2011

George A. Romero's Survival of the Dead


Sin dai primi minuti del film temi la solita solfa: epidemia di zombie e soldati, il tutto condito con  effetti speciali tremendi, una buona ricetta per un film di merda.
Poi pensi al regista, George A. Romero, e ti vengono in mente le immagini dello storico Zombi del 1978, ricordi con piacere i non morti, il centro commerciale e la critica sociale di cui è pregno tutto il film. Un buon motivo per continuare a guardare.



La trama: quattro soldati della guardia nazionale e un ragazzino decidono di raggiungere un'isola, una terra promessa non infestata da morti che camminano. Andranno incontro ad una faida tra le due famiglie più potenti del luogo, faida nata anche dalle divergenze dei due capi clan su come affrontare il problema dell'epidemia.
Nel mezzo di tutto questo una analisi semplicistica dell'utilizzo di internet come specchietto per le allodole, un riferimento alle politiche repressive contro l'immigrazione e all'integrazione, tematiche solo accennate e rese stantie dalla ripetitività dei giudizi del regista sulla società contemporanea.
Se poi aggiungiamo una prova recitativa non proprio eccelsa e una regia anonima, il film di merda è servito.

settembre 06, 2011

Singolarità di una ragazza bionda, un film di Manoel De Oliveira.



Lisbona è una cartolina col suo statuario panorama, una semplice città, caotica come altre, universale, e da lontano la si spia, troppo lontano da essere quasi invisibile, un fantasma d’amore dietro le tende della finestra di fronte, percepito e trasudato attraverso la foggia diafana di un velo come in un sogno o in un ricordo distante. E infatti stiamo fuggendo, il fischio del treno ci chiama a dimenticare.

La singolare ragazza bionda, la femme d'à côté – aleggia lo spirito romantico e di devozione spiccatamente ottocentesco tanto caro a Truffaut - farà la sua apparizione dalla finestra di fronte dell’ufficio di Macario (Riccardo Trepa), l’eroe dal cuore affranto, stravolgendogli la vita. Una sventura, così racconta alla sconosciuta nel treno, una donna qualsiasi capitata al suo fianco, una/o qualsiasi spettatore del viaggio - quello che non vuoi dire alla tua donna, quello che non vuoi dire al tuo miglior amico, dillo ad uno sconosciuto, recita una voce off poco dopo i titoli di testa, forse il pensiero ossessionato del protagonista stesso.

Il suo spirito irrequieto e le sue parole madide di sofferenza ci proiettano verso l’innamoramento, permeato di un romanticismo dostoevskiano --–… all’improvviso, per caso, alzo gli occhi – davvero, il cuore mi ha dato un balzo ! Come avevate capito bene quello che desiderava il mio cuore ! (povera gente) -- dove il morboso carteggio tra Makar e Varvara viene custodito da segrete attese e sguardi languidi tra Macario e l’incantevole ragazza bionda, Luisa (Catarina Wallestein).

Dopo aver chiesto la mano alla madre della ragazza, Macario deve scontrarsi contro l’austerità, che cinge il ridicolo, di suo zio Francisco che intransigente non concede alcuna possibilità di matrimonio. Costretto a lasciare casa e lavoro viene spedito a Capo Verde per affari da dove ritorna con un’ingente somma di denaro, la dote utile per l’agognato e indissolubile sogno d’amore. Ma il suo casuale benefattore, l’uomo dal cappello di paglia, si rivelerà una canaglia trascinando Macario nel baratro. E proprio quando tutto sembra perduto e l’uomo si appresta a lasciare nuovamente Lisbona e la bella Luisa, per risollevare la drammatica situazione finanziaria, ecco l’inopinata mossa dello zio Francisco che riaccoglie il nipote sotto la sua protezione. Il matrimonio s’ha da fare.

Il film è una favola dal sapore amaro, tratta dal racconto di Eca de Queiroz, e tradotta con una sceneggiatura intrisa di sospensione e immobilità letteraria - il cinema portoghese è storicamente e intrinsecamente legato alla letteratura - riadattate ai tempi moderni, al nuovo millennio.


Una poesia in cui la bellezza singolare di una ragazza bionda si cela con civetteria dietro uno splendido ventaglio cinese, in cui i corpi degli amanti, appartati fuori campo, vengono catturati attraverso le loro ombre proiettate sui gradini di una scalinata e in cui un bacio viene scortato da una gamba sollevata all’indietro a mezz’aria.

L’inossidabile Manoel De Oliveira, appena superato il secolo di vita, afferra col minimale occhio bressoniano – e il suo pessimismo, quello de l’argent, indagatore della corruzione morale dell’uomo - inquadrature statiche ad incidere gli attori in pose scultoree, e anche un teatrale e spiazzante risvolto finale, dove il corpo della donna a lungo desiderata giace inerte e abbandonato su di una poltrona sfumando ogni ombra di lieto fine - e il mondo sembra non aver più bisogno dei sentimenti e insegue un futile cappello, e il mondo sembra aver dimenticato la dignità e nasconde in una mano un anello dalla pietra preziosa.



P.S. il film, della durata di un'ora, è interamente visionabile su youtube diviso in 5 parti e in lingua originale e con sottotitoli in italiano (non proprio impeccabili), qui la prima parte: http://www.youtube.com/watch?v=OgNA9VQyWvk


giugno 17, 2011

Sans toit ni loi, un film di Agnes Varda



Alla voce Agnes Varda potrebbero seguire le seguenti definizioni: regista belga, regista minore formatasi all’ombra della nuova onda francese, regista sottovalutata. Il suo film più noto è il quinto lungometraggio, Sans toit ni loi (senza tetto né legge), che racconta la storia di Mona Bergeron, ragazza emarginata che rifiuta la società con tutte le sue convenzioni preferendo una vita amorale, una vita on the road.

Una ragazza vagabonda muore di freddo: è un fatto da inverno. È stata una morte naturale? È una domanda da gendarmi. Cosa si poteva afferrare di lei e come hanno reagito quelli che hanno incrociato il suo cammino? È il soggetto del mio film.
Avventure e solitudine di una giovane vagabonda (né freddolosa, né loquace) raccontate da chi ha incrociato la sua strada, quell’inverno, nel Meridione. Ma è possibile raccontare il silenzio o afferrare la libertà? -–
sostiene Varda.

Una carrellata di personaggi ordinari e strambi ricostruiscono le ultime settimane di vita della girovaga: il rozzo e invertito meccanico “sporco nella testa”, la badante desiderosa d’affetto da parte del suo ragazzotto ladruncolo, l’amante squinternato rockettaro, l’avido nipote della ricca e pignola vecchia, il pastore filosofo e profeta, la disponibile e materna docente di agraria, il contadino tunisino generoso e la banda di drogati vagabondi della stazione. Tra indifferenza, paura, ma anche simpatia, compassione e amore - memorabile l’inquadratura del contadino tunisino che annusa la sciarpa indossata da Mona inspirando un effluvio di passione - la scapestrata ragazza, stremata, inciamperà in un fossato e incontrerà la sua spregevole fine in una gelida notte invernale.

Varda ci invita, senza patetismi e con distacco, alla riflessione: riflettere sulla società chiusa sotto un tetto, convenzionale, borghese, perbenista, razzista che non accetta gli emarginati e si costituisce escludendoli; ma d’altro canto vi è una dura riflessione che si protrae anche sulla disperata ricerca di libertà che può rivelarsi rischiosa e illusoria, condannando alla solitudine, alla perdizione e anche alla morte.

Film crudo, dallo stile minimale e asciutto che ricorda il debutto del giovane turco François Truffaut - non vi è solo un filo puramente cinefilo che lega la regista alla nouvelle vague, ma c’è anche un fil sentimental con il regista francese Jacuqes Demy, compagno di vita a cui dedicherà anche un film (Garage Demy); vi è un forte legame viscerale al quale non può sottrarsi. Mona, interpretata magistralmente da Sandrine Bonnaire (interpretazione che le valse il César per migliore attrice nell’86), sembra essere l’alter ego del piccolo Antoine Doinel. Il volto pallido e sozzo, le lacrime richiamano lo sguardo smarrito e in bianco e nero del ragazzino in fuga dal riformatorio, celebrato con un fermo immagine da antologia del cinema. Se il padre della nouvelle vague non avesse dato seguito a Les quatre cents coups, con la romantica saga Doinel (da Baci rubati a L’amore fugge), Senza tetto né legge avrebbe potuto essere il seguito drammatico per il povero Antoine.

Ma perché ha abbandonato tutto? - Meglio la strada e lo champagne - risponde beffarda Mona alla studiosa di platani, che tanto s’affeziona alla ragazza, in preda al riaffiorare energico di un passato affogato lungo la strada prestabilita della sua vita sterile. Ma il ghigno e l’irriverenza si dissolvono nel disperato pianto e tornano alla mente le sagge parole del pastore filosofo - un conto è errare, un conto è aberrare.

Pellicola sincera a metà strada tra finzione e documentario capace di emozionare platea e giuria al festival di Venezia dell’85, e meritato arrivò il Leone d’oro. Credo che Senza tetto né legge sia un film riuscito. E lo dico senza falsa modestia, perché dopo trent’anni che faccio cinema trovo sia il film in cui è meglio realizzata la mia idea di un cinema di fiction su base documentaria –- sostenne Agnes.

Fiction su base documentaria che sarà la principale influenza per certo cinema futuro, proprio belga, come quello dei fratelli Dardenne (Rosetta, L’enfant, Le silence de Lorna), capaci di farci sussultare con le loro vivide immagini calate nella drammaticità della realtà. Realismo, Varda docet.

maggio 10, 2011

FAHRENHEIT 451


Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury del 1953, la sceneggiatura è quasi identica al libro, cambia il finale. Nel 1966 François Truffaut darà alla luce un (capo)lavoro da lui considerato tra i suoi minori, sicuramente distante dalla precedente filmografia ma a detta di molti tra i suoi migliori. Per la prima volta il regista si mette alla prova con il colore ottenendo risultati eccellenti, un giovanissimo Nicholas Roeg alla fotografia fa intendere che c’è della stoffa, le musiche di Bernard Herrman contribuiscono a rendere il tutto molto affascinante. Notevoli anche le interpretazioni dei due attori protagonisti: Oskar Werner nei panni del pompiere Montag e Julie Christie sdoppiata in due ruoli diametralmente opposti: la gelida moglie Linda e la giovane e spensierata Clarisse. Il film è ambientato in un futuro surreale dove i pompieri invece di domarli i fuochi li appiccano, in uniforme nera stile Gestapo vanno in giro su una strana vettura rossa alla ricerca di libri da bruciare (Fahrenheit 451 è la temperatura di autocombustione della carta). Una forma di repressione culturale e sociale viene imposta attraverso il divieto alla lettura e da un sistema di telecomunicazione pilotato, “la grande famiglia”, atto a rimbecillire chi guarda…vi ricorda qualcosa? Montag è un agente/pompiere molto diligente, piace ai suoi superiori perchè non fa domande, fino a quando non incontra Clarisse che grazie alla sua curiosità innocente fa squillare la sveglia nella testa del protagonista che dopo qualche perplessità si accorge di essere vittima di un sistema malato, inizia a leggere e non riesce più a farne a meno. Quando Montag decide di mollare tutto viene scoperto, è un trasgressore, un ribelle, fugge al di là del fiume (nel romanzo è inseguito da un cane/macchina) dove si imbatte negli uomini/libro, questi riuniti in una comunità imparano a memoria ognuno un libro così che nessuno potrà mai portarglielo via.Il ritmo del film è sempre piuttosto alto, non ci si annoia neanche un po’ anche grazie alla trama avvincente e alle scenografie futuristiche che trasportano lo spettatore in un sogno dal quale è difficile svegliarsi. I comportamenti dei pompieri sono palesemente ispirati alla dittatura nazifascista, per questo Fahrenheit 451 è un lavoro coraggioso, all’epoca suscitò scalpore, oggi è ancora molto attuale. In una società dove l’apparire conta più dell’essere, dove si fa fatica a distinguere le emozioni reali da quelle fittizie, dove non siamo più delle persone ma dei numeri, dove sotto gli occhi di tutti stanno manipolando le nuove generazioni di perfetti imbecilli, questa storia può farci rendere conto di dove si rischia di andare a finire...buona visione!

marzo 27, 2011

Gli amori impossibili

La classe visionaria di Gus Van Sant, l’indole poetica di Sofia Coppola e la sensibilità orientale di Wong Kar-Wai: potrebbe essere un epiteto plausibile per introdurre il/al cinema di Xavier Dolan, giovanissimo cineasta e attore canadese (Québec, précisément).

Il lungometraggio, J’ai tué ma mère (Io ho ucciso mia madre), è il primo tassello di una struggente trilogia, in lavorazione, sugli amori impossibili: la storia semi-autobiografica che vede lo stesso Dolan protagonista interpretare magistralmente un adolescente in eterno conflitto con la madre(Anne Dorval). “On aime sa mère presque sans le savoir, et on ne s’aperçoit de toute la profondeur des racines de cet amour qu’au moment de la séparation dernière”, l’iniziale schermata nera su cui rifulgono lattiginosi questi versi di Guy De Maupassant condensa la serie di immagini vivide che ne seguiranno. La deflagrazione tra madre e figlio è il leitmotiv dell’intera pellicola: un incessante rinfacciarsi di promesse non mantenute, di abbandono, egoismo e assenza di amore. Attraverso primi piani in bianco e nero, catturati segretamente con una piccola videocamera, il sedicenne e omosessuale Hubert si racconta, e racconta il travagliato rapporto con la madre mediante auto-interviste toccanti che ripercorrono l’idilliaco legame di infanzia frantumatosi col passare degli anni. L’insperata riconciliazione finale, sfumata da vecchi filmini in super8 su commoventi note di pianoforte, si concretizza nel luogo dell’infanzia di Hubert, sul retro della casa in campagna, sulla roccia, altare dell’amore incondizionato. Appena ventenne, Xavier Dolan, con questo folgorante debutto attira l’attenzione di pubblico e critica aggiudicandosi importanti riconoscimenti al festival di Cannes del 2009 (Premio Art Cinéma, Premio SACD e Premio Regards Jeunes), e quattro nomination all’oscar francese, il César.

L’atteso ritorno dietro la macchina da presa, e anche narcisisticamente davanti, si realizza nel 2010 con Les amours imaginaires.

Altra citazione, di Alfred De Musset questa volta, apre il film: ”Il n’y a de vrai au monde que de déraissoner d’amour”, ovvero non c’è niente di vero al mondo oltre all’amore folle, l’amour fou. Bissa e va oltre il successo del 2009, incantando nuovamente Cannes e facendo incetta di premi al Sydney Film Festival. La forte amicizia, fratellanza, tra Francis (lo stesso Dolan) ragazzo sensibile e omosessuale, e Marie (Monia Chokri) affascinante silfide nevrotica, viene messa in subbuglio dalla comparsa in scena del bell’Adone Nicolas (Niels Schneider). Nicolas con affilata civetteria e atteggiamenti ambigui farà esplodere una silente gelosia e rivalità tra i due amici diventando il recondito desiderio, ”la possibilità di essere amati, non di amare” dice Dolan. L’utopia del menage a tròis, Truffaut docet, avrà il suo culmine sul tappeto paglierino di foglie d’autunno, durante un apparente pacifico week-end in campagna, quando i due amici s’azzufferano animalescamente per contendersi il bell’Adone che interverrà dolceamaro chiosando come un dio “chi mi ama mi segua”. Latitante dai due, dopo l’episodio che ha svelato i sentimenti “pericolosi” e scottanti di Francis e Marie, verrà ancora conteso, ma a distanza, con frenesia isterica, ultimi bagliori di uno stremato amour fou. Nicolas diverrà un miraggio rarefatto, stordimento della memoria; la lenta “morte” di Adone, pur sofferta da parte di Francis e Marie, non spingerà i due amici a battersi il petto e a strapparsi le tuniche come suggerì Saffo, ma a ricongiungersi, ritrovare il primordiale legame. Come nel precedente film, il flusso narrativo è frammentato: zoom dinamici ghermiscono espressioni, parole sulle piccole e grandi delusioni d’amore, sulle attese e speranze, sugli amori impossibili di ragazzi di vita. “Non è un film generazionale, è un film sulla giovinezza !” tuona Dolan.

Il suo cinema ammalia con quel tocco onirico nei disperati amplessi, succhiati alla vita, suggellati con leggiadri frammenti à la Gus Van Sant (riprendono gli amplessi stigmatizzati in fotogrammi di My own Private Idaho) girati alla moviola con grazia rigogliosa. Le inquadrature oculate, le pose studiate e languide alla ricerca di una staticità compositiva pittorica, fotografica rievocano la Coppola più ispirata, superandola. La sensibilità ed eleganza della camera che lemme sfila come un ombra sui corpi disegnando precise pennellate tese a intingere volti, profili, corpi in un effluvio epico, rifinito da una colonna sonora di gran classe, ricordano il Wong-Kar-Wai di In the mood for love e 2046. Torreggia la commovente Bang bang interpretata da Dalida e che risuonerà spesso durante il film e svettano brumose note di trascinante emotività: Pass this one dei The knife, congelerà il parallelismo immaginario tra Nicolas e la statua di Adone, Keep the streets empty for me dei Fever ray, sigillerà la pittoresca sceneggiata di campagna. La costante ricerca di epicità, di “estrema bellezza” direbbe l’edonista Dolan, tra suono e immagine è la chiave del suo cinema: cesellare prodigiose sequenze in slow (e)motion, quasi a voler esorcizzare tempo e materia, scavando un passaggio di segreta connessione, sympatheia tra spettatore e attore, tra pubblico e divo/a (espliciti riferimenti a Jeams Dean e Audrey Hepburn) in una celebrazione dell’eterno culto della bellezza. Xavier Dolan è il nuovo dandy del cinema: “adorable e formidable“ direi, citando un brano dei suoi adulati Viva la fete.

A giorni inizieranno le riprese del nuovo film, la cui uscita (non in Italia come del resto per i precedenti film e lo stesso regista se ne rammarica) è prevista per il 2012: Laurence anyways, la storia ambientata negli anni ottanta di una transessuale, chiuderà la trilogia e avrà come protagonista Melvil Poupaud, attore feticcio di un altro celebre e giovane regista, il prolifico francese François Ozon. E Ozon è sicuramente un modello importante per Dolan, soprattutto per le tematiche trattate: l’omosessualità (biografica, visto che entrambi sono apertamente gay), i delicati rapporti interpersonali, le incomprensioni d’amore, la giovinezza, GLI AMORI IMPOSSIBILI.


http://www.youtube.com/watch?v=tDa0CkKjfsk J'ai tué ma mère trailer
http://www.youtube.com/watch?v=znpU_Aup-Bg Les amours imaginaires trailer