aprile 19, 2011

Portal - Swarth


Australia, 2009, etichetta: Profound Lore


Swarth: Stato di eccitazione emotiva, riflessi alterati, alterazione dell'umore.

Larvae: Compromissione della capacità di giudizio e autocontrollo, rabbia.

Illoomorpheme: Confusione mentale, comportamenti socialmente inadeguati.

The Swayy: Compromissione della percezione di forme, colori e dimensioni.

Writhen: Aggressività, stordimento, comportamenti aggressivi e violenti.

Omenknow: Compromissione grave dello stato psicofisico, ipotermia, vomito.

Werships: Stato di inconscienza, allucinazioni, cessazione dei riflessi.

Marityme: Fame d'aria, sensazione di morire, coma, morte.





Ignis Fatuus: Batteria
Horror Illogium: Chitarra, Basso
Aphotic Mote: Chitarra
The Curator: Voce


Video: Larvae
          
Web: http://www.portalabode.com/

aprile 17, 2011

No Wave


Mettiamola così: se la musica fosse fatta di carne, la No Wave sarebbe una pustola infetta. Sviluppatasi a ridosso della propagazione della New Wave (più come reazione che come naturale evoluzione), la no wave è espressione randagia e bastarda di cani sciolti della periferia, dei bassifondi più beceri. Diventa il linguaggio più estremo per poter urlare i propri bisogni. Non si tratta di musica "piacevole", o meglio non nel senso comune. Si tratta dello stesso piacere che si prova nello stuzzicare un labbro screpolato in pieno inverno sino a farlo sanguinare. I brani sono degli aborti, appena abbozzati, come mostri antropomorfi risultato di sperimentazioni in laboratorio. E' la voce alienante della metropoli. La ricerca ossessionante verso l'atonalità (sia nella voce che nelle musiche). Il tutto è riconducibile alla pubblicazione di No New York (il cui ascolto è vivamente consigliato). Una piccola bomba atomica con il propagarsi di radiazione a lunga gittata. E' da notare il legame simbiotico che questo movimento ha avuto, e continua ad avere, con la città di New York.

1) James Chance & The Contortions - Contort Yourself (Buy 1979)
2) Teenage Jesus & The Jerks - Red Alert ( No New York 1978)
3) Mars - Hairwaves (No New York 1978)
4) DNA - Blonde Red Head (A Taste of DNA 1981)
5) Birthday Party - Zoo-Music Girl (Pryers On Fire 1981)
6) Sonic Youth ft Lydia Lunch - Death Valley 69 (Bad Moon Rising 1985)
7) Resident - Edweena (Not Available 1978)
8) Glenn Branca - Lesson No.2 (The Ascension 1981)
9) Liars - Let's Not Wrestle Mt. Heart Attack (Drum's Not Dead 2006)

Come tutti i (non) movimenti, anche la No Wave abbraccia i diversi linguaggi artistici. Un personaggio curioso con cui fare conoscenza è Richard Kern (autore tra l'altro del video di Death Valley 69), regista il cui nome è legato anche ad una pratica sessuale.  Qualche anno fa (2004) Scott Aaron Crary ha dato alla luce un documentario molto interessante Kill Your Idols, che indaga la No Wave dagli albori sino ai giorni nostri.

aprile 15, 2011

Panda Bear - Tomboy



Eccolo qua. Alzi la mano chi lo stava aspettando e nel frattempo, tra cazzeggio pomeridiano, erba e trip post-figli dei fiori ballava indiavolato sulle chitarre hypnofreakeggianti di una Bros o di una Take pills. Io. E però questa volta, il successore di Person pitch (2007, bei tempi) fornisce un motivo in più per ballare ma non per gridare al miracolo. Tomboy è la seconda fatica di Noah Lennox, aka Panda Bear e il motivo in più per ballare è che c’è tanta ritmica. Tanta. Ma solo quella in effetti. Person Pitch ci aveva mostrato un immaginario sonoro emotivamente dirompente: accordi di chitarre acustiche pestate a sangue, qua e là un po’ di collage sonoro elettronico che non fa mai male e soprattutto quel senso di movimento corale, generatore di un caleidoscopico sussulto emozionale e di uno spettro sonoro fatto dei colori dell’arcobaleno. La copertina di quel disco è chiara più di ogni altra cosa si possa dire. Con Tomboy rimangono le estatiche atmosfere, rimane la cifra stilistica del Nostro, continuano i girotondi di voci, le odi a bocca spalancata e le braccia al cielo, continua la festa ma nessuno è veramente sbronzo. You can count on me e la stessa Tomboy sono un esempio di quanto detto: dub per alzare le ginocchia e nulla più, rimane solo un bel coro nelle orecchie. E per ribadire la cosa, se Slow motion è puro hip-hop, Surfers hymn sembra una pizzica con tanto di sistor e tubular bells. Fino a qui tutto bene. Drone smorza l’effetto-danza con bordate di synth e la continua voce di Lennox che allunga sillabe e vocali, un inno. Alsatian Darn ha una bella melodia che svela la pronunciata vena pop di Panda Bear, con le chitarre che questa volta sono elettriche e usate con meno irruenza e più coesione col resto. Fino a qui tutto bene. Sceherazade è l’episodio più buio di tutto il lotto, e forse anche il più riuscito vista la sua cupezza e il suo senso di intangibilità. Bella davvero. Ancora di più alla luce di Afterburner che sembra uscita dai cassetti nascosti di Giorgio Moroder (ma quando finirà l’ondata revival anni ’80?) e a chiudere, Benfica, con tanto di cori da stadio nemmeno troppo nascosti. Fino a qui tutto bene. Appunto, fin troppo. Non c’è nessuna caduta ma nemmeno nessun volo. Tomboy registra una certa staticità, figlia di una chiara standardizzazione del proprio sound e del proprio stile. Niente di male ma nemmeno di bene. Sembra quasi coincidere con la parabola degli Animal Collective dei quali Lennox fa parte: uno primo periodo fatto di chitarre ed estemporane corali multimelodiche e una seconda, che parte da Strawberry Jam e viene portata a compimento nello sfacciatamente pop Merryweather post pavilion. Insomma, Tomboy è un disco ascoltabile ma non imprescindibile. Per il resto, potete continuare a ballare e fumare la vostra erba.

aprile 08, 2011

Jazz Meets India : Irene Schweizer Trio with Dewan Motihar 1967


Nel corso degli anni ’60 il jazz vide continuamente ampliati i propri orizzonti espressivi, maturò una tendenza che lo portava a rompere con facilità i propri confini linguistici, quasi che un vorticoso processo inarrestabile giungeva sempre a proporre qualcosa di diverso a ciò che si era fatto immediatamente prima…Sarebbe veramente inutile (e presuntuoso) cercare di stabilire anche delle pur minime coordinate che possano anche lucidamente illustrare il vento perpetuo del cambiamento di quegli anni, che interessò tanto il filone americano che quello europeo.
Appare chiaro però che tra due poli ideali come Free Jazz di Ornette Coleman del 1960 e Message To our Folks dell'Art Ensemble Of Chicago del 1969, con il rivoluzionario "Rock Out", la cultura musicale afro-americana giunse a qualcosa di veramente nuovo e secondo un inedito slancio radicale. Di certo il jazz d’allora era qualcosa di “vivo”, non come tanto jazz d’oggi, “morto” tra le mura di tante accademie dove i "maestri-grandi-musicisti" sono spesso i primi responsabili di una inevitabile standardizzazione, sintomo della chiusura del jazz in una fruizione di “elité” non aperta ad altre dimensioni sonore…Di certo nell’epoca dell’esplosione delle controculture giovanili e delle nuove musiche d’ambito rock, il jazz rappresentava un referente"spirituale" importante per qualsiasi nuovo giovane musicista…Restava "vivo”…perché non era tanto visto come qualcosa “d’assoluto”…ma una “possibilità” che potesse dialogare in modo fecondo con altre realtà, contesti ed idee musicali…
Il maggior ed immediato effetto di ciò fu la nascita del jazz-rock (di cui molti vedono la nascita in Bitches Brew di Davis nel 1969, ma sarebbe più coerente parlare di Miles come il codificatore finale, per quanto geniale, di soluzioni apparse già precedentemente, ma in sordina) e della cosidetta "New Thing" (si ricorda la pietra miliare Eternal Rhythm di Don Cherry del 1968)…ma "tracce" di jazz si trovavano ovunque…dal progressive…alla psichedelia…al folk visionario d’approccio più naturalistico. Non stupisce dunque che all’interno di un ampio discorso sull’incontro tra musiche occidentali e musiche orientali si possa parlare anche di dialogo tra jazz e sonorità indiane, secondo un fecondo rituale di reciproco scambio.
Il 1967 fu fondamentale per l’esplosione in Europa dello stile "flower power" e della sua relativa cultura psichedelica venata di "orientalismo", che ebbe come polo principale la Londra swinging, scenario in quell’anno prima del "14th Hour Technicolour Dream" in aprile…e poi del convegno “The Dialetics of Liberation” che si svolse tra il 15 e il 30 luglio, con la partecipazione dei vari Marcuse, Goldman, Sweezy e molti altri rappresentanti del movimento di contestazione, poeti "beat" in primis. Ma il 1967 vide anche la nascita dell’importante "Montreux Jazz Festival" destinato poi a diventare "tempio" di tante performances storiche. Alla sua prima il festival fu onorato dal quartetto del sassofonista Charles Llyod che comprendeva i giovani Keith Jarrett, Jack Dejonette e Cecil Mcbee…e fu animato anche da una sorta di competizione tra gruppi jazz emergenti. Tra questi vi doveva essere anche il trio free-jazz di Irene Schweizer che vantava Mani Neumeier alla batteria e Uli Trepte al basso, futuri componenti dei tedeschi e “krauti” Guru Guru. Nell’ottobre dello stesso anno vide le stampe Jazz Meets India, in collaborazione con il trio di Dewan Motihar , Manfred Schoof alla tromba e Barney Wilen al sax tenore e soprano.
Prima di allora l’incontro tra jazz e musica indiana aveva significato soprattutto il percorso del più mistico Coltrane…Un brano come "India" nell’album Impressions del 1963 dimostrava già, in maniera più intima ed interiorizzata, l’assorbimento della lezione orientale, riproponendo i tradizionali termini del rapporto “donna-uomo” dei raga con sitar e tabla, nelle vesti di un incalzante flusso giocato sul minimalismo percussivo degli accenti di Elvin Jones e le traiettorie mantriche di Eric Dolphy al clarinetto basso e dello stesso John ai sax. In ambito jazz sarà poi la moglie Alice a segnare i più affascinanti capitoli di quest’incontro…prima con Journey in Satchidananda del 1970 e poi con Elements del 1973 in compagnia di Joe Henderson e Charlie Haden…senza tralasciare le collaborazioni che John “Mahavishnu” Maclaughlin avrà con L.Shankar nel repertorio proposto col progetto Shakti.
Considerando queste esperienze e trascendendo i medesimi confini del jazz, appare chiaro come questi progetti si collocavano ben aldilà delle mode del momento…esprimevano una capacità di rielaborazione di repertori lontani con una profondità che rendevano banali alcune operazioni di quell’epoca…pensando soprattutto allo sterile “utilizzo” delle sonorità indiane da parte dei Beatles, dopo il tanto “pubblicizzato” viaggio in India con Donovan e Mia Farrow.
Non è questo invece il caso della pianista svizzera Irene Schweizer, nome illustre della "European Free Improvisation", che a quel tempo aveva già sublimato le proprie influenze (dal free-jazz di Cecil Taylor e di Ornette Coleman alla “spola” di musicisti sudafricani come Dollar Brand e Louis Moholo giunti in Inghilterra) in uno stile personale che la consacrerà grande performer della scena improvvisativa internazionale.*
L’album Jazz Meets India è forse una tappa marginale, poco ricordata della sua carriera, ma nell’ambito di quell’”ampio discorso” sopracitato rappresenta sicuramente un esempio calzante per spessore ed armonia di contenuti.
L’apertura raga in "Sun Love" è solo un classico vestibolo per il viandante che si appresta a compiere questo lungo viaggio verso le terre di Krishna e Shiva…la tamboura è un rassicurante coro di voci impalpabili…ma presto torrenziali piogge sgorgano dal piano…sono delicate ed incisive allo stesso tempo…è un tunnel senza fine con i richiami dei re occidentali suonatori dei fiati che rincorrono la regina del Sitar …non è buio…siamo folgorati da un pendolo di luci ora zenitali ora equinoziali… possiamo ben vedere ciò che accade…immaginare una danza di ninfee dell’est in melme d’arazzi perlati, che con ritmo pacato ma dionisiaco apre le porte verso due altre rivelazioni…durante "Yaad" siamo in vasche profumate di sandalo e lotus…mentre in "Brigach And Ganges" l’amore possibile tra due fiumi lontani genera un terremoto emozionale ed erotico…tuttavia per il nomade psicotropo c’è un lieto fine…sul delta tentacolare costruisce il suo eremo personale in una grotta…meditando sull’esperienza vissuta…conducendo il pensiero tra le fessure di un infinito cretto naturale.
Troviamo qui, accanto all’anima estemporanea della Schweizer il contributo essenziale del trio di Dewan Motihar, coinvolto spesso in fusioni del genere…ma ciò che stupisce di quest’ascolto “quintessenziale” è soprattutto la presenza di Neumeier, cerimoniere in estasi di grooves metallici, e delllo stesso Trepte, protagonisti di battaglie radicalmente diverse con i Guru Guru.
Elemento che mostra ancora una volta la disponibilità e la versalità di certi musicisti…non che oggi non ce ne siano di validi…ma a cambiare sono le "estetiche e sensibilità dominanti" e a provocare dolore dovrebbe essere una ferita…la lucida consapevolezza della “perdita” dello spirito di quell’epoca…o magari la gioia per una sua nascosta e marginale sopravvivenza.


Formazione

Irene Schweizer /piano
Mani Neumeier / drums
Uli Trepte / bass
Dewan Motihar / vocals, sitar
Keshay Sathe / tabla
Kusum Takhur / tambura
Barney Wilen / tenor & soprano saxophone
Manfred Schoof / cornet, trumpet


* Biografia e Discografia di Irene Schweizer

aprile 05, 2011

Lucore di galassia

Dean Wareham, Naomi Young, Damon Krukowski tre ragazzi frequentanti la Harvard University, a Cambridge, nel Massachussets, diedero vita, quasi per gioco, ad una parabola musicale orientata verso il dream-pop; un pop sognante dalle venature psichedeliche, dalle lunghe cavalcate visionarie di chitarra che ha saputo scaldare gli animi sensibili di una generazione stravagante. Trasognati messaggeri che fagocitarono la lezione dannata dei Velvet Underground e quella maudit di songwriter malinconici (Cohen, Drake, Buckley), figli senza fiori dell’estate dell’amore, attraversarono l’olimpo etereo del rock scagliando tre pietre miliari a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta: Today, On fire e This is our music. Il loro nome era Galaxie 500. Tugboat “I don't wanna stay at your party I don't wanna talk with your friends I don't wanna vote for your president I just wanna be your tugboat captain It's a place I'd like to be “ celebri sono i versi di Tugboat, primo singolo della band, il loro cavallo di battaglia, successivamente inserito nel primo disco Today, che farà capitolare niente meno che Mark Kramer, figura di spicco della scena musicale newyorkese. Egli imprimerà il suo prezioso “spirito” musicale sul sound dei tre ragazzetti inesperti, non - musicisti, diventando mentore della band che verrà subito agganciata dall’Aurora di Alghini: è il 1988 quando viene rilasciato il loro primo disco. Sembra di immergersi in una jam session lisergica plasmata in una avvolgente ninna nanna velvettiana: le trame, ancora acerbe, vengono ricamate dai lunghi soli di chitarre laide del grunge che insorge sull’altra sponda americana. “I can never call you down, I can never turn you around, I can never bring you flowers, I can never turn you around, I can leave when you’re sleeping, I can live inside your dreams “ è l’iniziale Flowers, i fiori del male, spine e insidie di un’ esperienza onirica lontanissima dalla realtà. Fa eccezione Oblivious, che riprendendo il ritmo ilare di Parking lot, spicca per la sua melodia spensierata e briosa impreziosita dall’armonica giuliva. Don’t let our youth go to waste, cover di Jonathan Richman, affresco di ansia giovanile, generazionale, irrompe col pulsare della batteria di Krukowski e il rombare della chitarra di Wareham che prepara il sentiero fatato coinvolgendoci in un’atmosfera allucinata degna degli Spacemen 3; in It’s getting late la chitarra levita ululante nel trionfante finale (che vorrei non finisse mai !) per poi ritornare aggressiva nella cavalcata strumentale 60’s (Instrumental) che sfocia nella suggestiva King of Spain. Nel mezzo spicca la pregevole Temperature’s rising e il già citato e imprescindibile singolo Tugboat. Thurstone Moore, chitarrista dei Sonic Youth e una delle personalità musicali più influenti del tempo, definisce Today il miglior album di chitarra del 1988. È il 1989 quando i Galaxie si consacrano con l’album ritenuto, da molti critici, che li avevano accolti freddamente al debutto, il loro capolavoro: On fire. Non è un caso il sodalizio con la Rough Trade. “Life sucks again watching trees decompose” declama la voce di Wareham, flebile e sofferente sommersa dalle brumose schegge melanconiche del sax. Una ballata languida, il momento più alto del disco, se non di tutta la discografia del trio. “When, when will you come home? Now, I’m crawling on the floor, making noises like a dog, making noises you can’t hear” canta Dean in When will you come home, un disperato bisogno di amore, d’illusione come linfa vitale, nella scorata discesa verso l’oblio, la solitudine. When will you come home Solitudine e sconforto rifulgono anche in Strange, inno dei Galaxie: “Why's everybody actin' funny?/ Why's everybody look so strange?/ Why everybody look so pretty?/ Why do I want with these all things?": compassione e misantropia sgorgano dalle corde vocali dilaniate di Wareham, sull’orlo del pianto, in coda in un drugstore, attesa e indifferenza della quotidianità. Brillano anche le cover di George Harrison (Isn’t it a pity) dei Red Crayola (Victory Garden), e dei Joy Division-New Order (Ceremony) così ben amalgamate da sembrare pezzi partoriti dalla mente del trio. La band raggiunge, soprattutto in Inghilterra, un successo notevole che in patria stenta ad arrivare sepolto dalla polvere dell’underground. Ma qualcosa all’interno del gruppo comincia a scricchiolare: l’amicizia, che li aveva portati ad imbracciare gli strumenti e a comporre musica, va lentamente dissolvendosi. Fortunatamente, c’è tempo per un altro disco, prima che Wareham lasci il gruppo per fondare i Luna, e i due abbandonati, Damon & Naomi proseguino la loro carriera sfornando dischi di discreta fattura (l’ultimo, False beats and true hearts, in uscita a maggio). Nel ’91 tornano sulle scene con il loro terzo ellepì, This is our music: questa è la nostra musica, titolo significativo che sigilla l’esperienza musicale dei Galaxie 500. L’album percorre gli anfratti sperimentali dei due dischi precedenti, anche se si discosta leggermente: le canzoni suonano ammantate da una patina rarefatta e serafica. This is our music è un diamante levigato rispetto ai primi due album e con maggior spazio riservato alle vorticose e psichedeliche chitarre cullate da flauti bucolici (Way up high) e tenue tastiere (Spook) distillate dai luccicanti anni ottanta. L’inizio è siglato dal clangore pirotecnico di 4th of July, memorabile. 4th of july Ma l’album tracima di perle, di classici: Hearing voices, allucinazioni sonore spingono ad udire voci in qualche luogo distante, a posare l’orecchio contro la parete fredda, ad ascoltare il proprio respiro, la propria memoria. Listen, the snow is falling di Yoko Ono interpretata dall’ elegante bassista Naomi fa rizzare i peli e contorcere la schiena in un brivido leggiadro fino all’ardente assolo di chitarra che chiude i sette minuti di estasi. In Melt away Wareham canticchia sornione “Melt away, I wanna melt away” acuti versi che sanciscono la fine di un disco, di una “trilogia” dello spleen; si spengono i riflettori, il sogno svanisce e resta la voglia di scomparire “ … but still I can’t be seen …”. Le fotografie sbiadite, le luci soffuse, i colori svigoriti annunciano il passaggio dai sfavillanti e paiettati anni ottanta agli slabbrati e laceri novanta, il decennio dei losers. Questo è ciò che incarnano i Galaxie 500: il trapasso di un’era glitterata, una generazione post-moderna, gommacea e detritacea. Le recenti ristampe del loro materiale confermano l’importanza dell’eredità indispensabile donata agli anni novanta e non solo. Il suono dell’inconfondibile chitarra spartana, il lucore di una galassia crepuscolare, si è rivelato vitale per band come Low (lanciati dallo stesso Kramer), Red House Painters e Mazzy Star, per citarne alcune. Un suono psicotico, mistico, graffiante ed evanescente riconoscibile al primo accordo e difficile da dimenticare.

aprile 03, 2011

Hard Core




Dalla seconda costola del punk, quella più rabbiosa, nacque l'hard core. La rabbia diviene veloce, violenta, ignorante e per alcuni versi oscena e volgare (basti pensare al personaggio di GG Allin). In atmosfere orripilanti la melodia viene stuprata da noise e feedback, i testi sono rigurgitati, urlati o in scream (fregandosene di metrica e quantaltro), il basso è una frusta che lascia fendenti sul volto e la batteria è semplicemente paragonabile all'esplosione di bombe a grappolo. I pezzi vengono infusi nell'acido (cloridrico e non lisergico, dato che molte band hard core aderivano alla filosofia straight edge, il contrario di ciò che definiremmo "sesso droga e rock n' roll" ) corrodendo la loro estitica. Il risultato è un'idioma oltranzista che lascia poco spazio al perbenismo, alla morale. Le loro esibizioni  spesso si trasformavano in espressione di guerriglia urbana in un vorticoso scenario di cazzotti e rumore.

1) Bad Religion - Suffer (S/T 1988)
2) Flipper - Sex Bomb (Generic - 1982)
3) Minor Threat - In My Eye (S/T - 1981)
4) Balck Flag - Gimme Gimme Gimme (Damaged - 1980)
5) Dead Kennedys - Holiday In Cambogia (Fresh Fruit for Rotting Vegetables - 1980)
6) Bad Brain - Pay To Cum (Bad Brains - 1982)
7) Husker Du - Diane
8) Germs - Lexicon Devil (GI - 1979)
9) Minutemen - History Lesson,Pt 2 (Double Nickels on the Dime - 1984)
10) Fugazi - Promises
11) Misfits - Die, Die, Die My Darling (Earth A.D. - 1983)

L'hard core è una peculiarità degli states con alcuni focolai sparsi per il mondo. L'Italia (stranamente) dimostra di essere uno dei focolai più attivi ed intuitivi sfornando band molto apprezzate sulla scena internazionale. Ricordiamo Nerorgasmo e Negazione su tutti.

aprile 01, 2011

Big Sexy Noise

 31-03-2011. Magnolia, Segrate - Milano

Se Eva fosse esistita, con ogni probabiltà sarebbe stata Lydia Lunch. Il demone tentatore dopo 35 anni di agonie, isterie, litanie, angosce, nevrosi, psicosi, alienazione è ancora sulla scena ed ogni sua esibizione proietta dai suoi occhi spiritati il messaggio "Lasciate ogni speranza voi che entrate". Ma l'inferno dantesco non è una metafora coercitiva frutto della morale cristiana; la Lunch l'inferno, quello reale quello che si vive ogni giorno, lo conosce perfettamente e sa riprodurlo durante i live. Sono passati 35 anni quando in una New York gravida di tensioni e creatività una 17enne Lydia Lunch infervorava coi suoi Teenage Jesus and the Jerks tra le strade metropolitane. Con gli allora compagni di sbronze James Chance ed i suoi Contorsion, Arto Linsday e i suoi DNA e i Mars impressionano il "non musicista" Eno convogliando in un album le loro atrocità. E verrebbe da dire "grazie ragazzi". E' il '79 quando viene dato alla luce uno dei dischi più importanti della storia della musica, quel No New York destinato (e qui di retorica ve ne è davvero poca) a diventare il seme germinale da cui nasce un universo parallelo di musica, cinema, spettacoli ma anche e soprattutto un diverso modo di approcciarsi alla realtà. La Lunch figlia illegittima del power flower incarna l'emblema dell'adolescente malsanamente cresciuta troppo in fretta, vomitata e non partorita sui marciapiedi nauseanti di piscio. Ma oggi, nel 2011 a New York è rimasto il solo James Chance (in queste settimane anche lui in Italia col suo nuovo progetto "The Fix Is In"), Arto Linsday vive a Bruxelles, e la nostra ex lolita-prostituta-intellettuale si è stabilita da diversi anni a Barcellona.  La movida ed il sole spagnolo non hanno intaccato il suo animo corvino, crepuscolare; al massimo le hanno fatto mettere su qualche chiletto, e vi assicuro che così diventa una presenza ancor più disturbante, destabilizzante, terrificante. Il nuovo progetto Big Sexy Noise oltre che della Lunch si avvale delle performance di altri mostri sacri della musica: quei Gallon Drunk (James Johnston alla chitarra, Ian White alla batteria e Terry Edwards, organo e sax) che assieme a Jon Spencer e Gun Club hanno saputo con ardire e intelligenza diluire il punk col blues, o viceversa. Big Sexy Noise come dicevamo, sono attivi da un paio d'anni e fortunatamente toccano spesso la nostra penisiola. Le musiche sono in bilico tra un blues corrosivo ed uno stoner sobbalzante (nel senso che a tratti il suono ti solleva letteralmente dal pavimento), e le performance atonali di Edwards aggiungono quella componente di free jazz che per un'istante ci fa tornare a respirare le atmospere distopiche della New York del '79. La Lunch ormai è una splendida Milf 52enne che riesce in modo sempre nuovo ad inscenare la depravazione amorale che l'ha accompagnata per tutta la sua esistenza. Simula blow job, orgasmi litanici e non manca di schernire il pubblico maschile, soprattutto ridicolizzando il loro oggetto sessuale rappresentato dal pene. Provoca continuamente il pubblico, bagna costantemente le labbra col whiskie. La signora è una calamita che attira su di sè la totale attenzione del pubblico e non c'è figa che non sia bagnata e non c'è cazzo che non sia eretto. La voce della Lunch è spettrale e turpe di un'angoscia raccapricciante manifesto di una una vita confusa, abusata, annichilita. La sua morbosa ossessione verso la provocazione e la sperimentazione ha portato la Lunch a districarsi tra diverse forme espressive non sempre all'altezza del personaggio. Ma di sicuro il progetto Big Sexy Noise è da considerarsi espressione matura di un percorso artistico districato, violento che lascia sempre vibrazioni tra le pareti cerebrali. E alla fine, se pur leggermente interdetti, si torna a casa felici.