Quinto e ultimo disco : no joy . ghost blonde . mexican summer . shoegaze / dream-pop .
Se non amate il periodo a cavallo tra gli ottanta e i novanta, quel barbaglio miracoloso, dove cadde un muro di cemento e se ne innalzarono altri di chitarre, potete evitare di leggere quanto segue.
I No Joy sono una band canadese messasi in mostra nel duemilanove con il mediocre singolo omonimo ( No summer / No joy ) ed è al debutto lungo nel duemiladieci con Ghost Blonde: la formula è semplice e già nota, shoegaze + dream-pop. Abusata e imposta da discografici imbonitori, negli ultimi anni ha prodotto spesso band anonime, cloni amorfi e manichini da copertina. Ma in Ghost blonde c’è qualcosa di più di una semplice posa o di un ritornello tormentone, un agglomerato che rapisce, affascina chi ascolta. Sin dalle iniziali note psicotrope di mediumship, che si libra lieve e spensierata sotto lo schitarrare incessante, s’avverte la magia che ci trascina al primo singolo estratto, headless, cavalcata degna dei Lush al massimo dello splendore, quelli di superblast! per intenderci. Maggie says I love you rimanda alla neozelandese Tamaryn e al suo disco The Wave, altro gioiellino del duemiladieci rilasciato dalla Mexican summer, attenta etichetta newyorkese. You girls smoke cigarettes ? col suo ritmo serrato e voce distorta sembra omaggiare i connazionali Broken Social Scene, ed è un tributo che fa sussultare. Pacific pride è un sogno ad occhi aperti:prendete gli slowdive più poppeggianti plasmateli negli anni zero, ci siamo quasi. Il tempio onirico costruito con classe sopraffina con questi delicati cinque “mattoni” dreamy viene distrutto da un missile in pieno stile Isn’t anything, Hawaii : svetta a metà disco con strofa sibilante e ritornello tagliente e una chitarra sulfurea che si dissolve nel placido finale in cui sembra errare stremata, raminga. La stessa che, vaporosa, risorge cullando la voce rarefatta in Indingo child, una reprise dell’atmosfera visionaria e impalpabile di Pacific pride, un deliquio prima di rientrare in carreggiata con l’aggressiva Still, gemma uscita dal cilindro magico di Kevin Shields. Segue un minuto di stasi sospinta da lontani refoli gitani figli di Pygmalion (Slowdive), untitled brano strumentale foriero di un sacro finale, ghost blonde: title-track, ballata lushiana e languida, con soffici chitarre duettanti e duellanti che sprigionano zaffate chapterhousiane.
Tributo ai My bloody valentine, per le chitarre rumorose e affilate, e ai Lush, per le voci ammiccanti e sussurrate, verrebbe da sghignazzare a primo acchito, ma le due biondone di Montreal hanno carattere e inventiva, insomma ! non è un disco ingenuamente scopiazzato da Shields e soci, ma vive e risplende di luce propria con ricamate trame preziose che riescono a scuotere, commuovere senza declinare in un mero citazionismo truffaldino. Del revival shoegaze che aleggia negli ultimi anni, sicuramente un posticino, nella classifica “briciola di originalità”, dietro ai fenomenali A Sunny Day in Glasgow, per i No Joy ci sta tutto. Un debutto niente male che fa ben sperare, sognare in un periodo buio dove tutto sembra essere già stato scritto.
Qui termina la breve rubrica cinque dischi dell’anno che fu, duemiladieci, un duemiladieci che apre un nuovo decennio lasciandosi alle spalle una decade che ha visto, fondamentalmente, la virata elettro-isterica dei Radiohead, la vulcanica esplosione e implosione dei Sigur Ros, il proliferare di un sottobosco di band post-rock e di zuccherose melodie scandinave, la consacrazione del bluesman bianco Jack White e l'ordinario e rapido passaggio di vivide meteore dette next big thing. Un decennio capace d’inventare un unico suono realmente geniale (o quasi) che lo possa marchiare: il dub-step, nell’ultimo lustro; il resto è un coacervo di sbiadite fotografie datate. L’hypnagogic-pop, figlio del lo-fi da cameretta di Ariel Pink, è il genere à la page che spopola da un paio d’anni a questa parte e già sembra essersi esaurito, annientato, spirato: “musica che sogna il futuro sognando il passato”, ”canzoni del futuro che vengono suonate col più vecchio stereo del mondo” hanno decantato i critici. Abbiamo toccato il fondo ? O semplicemente questo “nuovo” suono sfuocato e ovattato, detritaceo impasto di sonorità radiofoniche anni settanta-ottanta e drum machine di ultima generazione è il distillato di una malinconia, artificiale, chiave del nostro presente ? La risposta risiede nel futuro, nel decennio appena sbocciato, quindi non ci resta che attendere.
http://www.youtube.com/watch?v=joj2vaImkn0per ascoltare Maggie says I love you;
http://vimeo.com/groups/3950/videos/16643410 per ascoltare e vedere il video di Hawaii;
http://www.mediafire.com/?l16be10e9bqxk11 per scaricare il disco.










