marzo 22, 2011

Cinque dischi dell’anno che fu, duemiladieci.

Quinto e ultimo disco : no joy . ghost blonde . mexican summer . shoegaze / dream-pop .


Se non amate il periodo a cavallo tra gli ottanta e i novanta, quel barbaglio miracoloso, dove cadde un muro di cemento e se ne innalzarono altri di chitarre, potete evitare di leggere quanto segue.

I No Joy sono una band canadese messasi in mostra nel duemilanove con il mediocre singolo omonimo ( No summer / No joy ) ed è al debutto lungo nel duemiladieci con Ghost Blonde: la formula è semplice e già nota, shoegaze + dream-pop. Abusata e imposta da discografici imbonitori, negli ultimi anni ha prodotto spesso band anonime, cloni amorfi e manichini da copertina. Ma in Ghost blonde c’è qualcosa di più di una semplice posa o di un ritornello tormentone, un agglomerato che rapisce, affascina chi ascolta. Sin dalle iniziali note psicotrope di mediumship, che si libra lieve e spensierata sotto lo schitarrare incessante, s’avverte la magia che ci trascina al primo singolo estratto, headless, cavalcata degna dei Lush al massimo dello splendore, quelli di superblast! per intenderci. Maggie says I love you rimanda alla neozelandese Tamaryn e al suo disco The Wave, altro gioiellino del duemiladieci rilasciato dalla Mexican summer, attenta etichetta newyorkese. You girls smoke cigarettes ? col suo ritmo serrato e voce distorta sembra omaggiare i connazionali Broken Social Scene, ed è un tributo che fa sussultare. Pacific pride è un sogno ad occhi aperti:prendete gli slowdive più poppeggianti plasmateli negli anni zero, ci siamo quasi. Il tempio onirico costruito con classe sopraffina con questi delicati cinque “mattoni” dreamy viene distrutto da un missile in pieno stile Isn’t anything, Hawaii : svetta a metà disco con strofa sibilante e ritornello tagliente e una chitarra sulfurea che si dissolve nel placido finale in cui sembra errare stremata, raminga. La stessa che, vaporosa, risorge cullando la voce rarefatta in Indingo child, una reprise dell’atmosfera visionaria e impalpabile di Pacific pride, un deliquio prima di rientrare in carreggiata con l’aggressiva Still, gemma uscita dal cilindro magico di Kevin Shields. Segue un minuto di stasi sospinta da lontani refoli gitani figli di Pygmalion (Slowdive), untitled brano strumentale foriero di un sacro finale, ghost blonde: title-track, ballata lushiana e languida, con soffici chitarre duettanti e duellanti che sprigionano zaffate chapterhousiane.

Tributo ai My bloody valentine, per le chitarre rumorose e affilate, e ai Lush, per le voci ammiccanti e sussurrate, verrebbe da sghignazzare a primo acchito, ma le due biondone di Montreal hanno carattere e inventiva, insomma ! non è un disco ingenuamente scopiazzato da Shields e soci, ma vive e risplende di luce propria con ricamate trame preziose che riescono a scuotere, commuovere senza declinare in un mero citazionismo truffaldino. Del revival shoegaze che aleggia negli ultimi anni, sicuramente un posticino, nella classifica “briciola di originalità”, dietro ai fenomenali A Sunny Day in Glasgow, per i No Joy ci sta tutto. Un debutto niente male che fa ben sperare, sognare in un periodo buio dove tutto sembra essere già stato scritto.

Qui termina la breve rubrica cinque dischi dell’anno che fu, duemiladieci, un duemiladieci che apre un nuovo decennio lasciandosi alle spalle una decade che ha visto, fondamentalmente, la virata elettro-isterica dei Radiohead, la vulcanica esplosione e implosione dei Sigur Ros, il proliferare di un sottobosco di band post-rock e di zuccherose melodie scandinave, la consacrazione del bluesman bianco Jack White e l'ordinario e rapido passaggio di vivide meteore dette next big thing. Un decennio capace d’inventare un unico suono realmente geniale (o quasi) che lo possa marchiare: il dub-step, nell’ultimo lustro; il resto è un coacervo di sbiadite fotografie datate. L’hypnagogic-pop, figlio del lo-fi da cameretta di Ariel Pink, è il genere à la page che spopola da un paio d’anni a questa parte e già sembra essersi esaurito, annientato, spirato: “musica che sogna il futuro sognando il passato”, ”canzoni del futuro che vengono suonate col più vecchio stereo del mondo” hanno decantato i critici. Abbiamo toccato il fondo ? O semplicemente questo “nuovo” suono sfuocato e ovattato, detritaceo impasto di sonorità radiofoniche anni settanta-ottanta e drum machine di ultima generazione è il distillato di una malinconia, artificiale, chiave del nostro presente ? La risposta risiede nel futuro, nel decennio appena sbocciato, quindi non ci resta che attendere.


http://www.youtube.com/watch?v=joj2vaImkn0per ascoltare Maggie says I love you;
http://vimeo.com/groups/3950/videos/16643410 per ascoltare e vedere il video di Hawaii;
http://www.mediafire.com/?l16be10e9bqxk11 per scaricare il disco.

marzo 19, 2011

Sonic Youth – Sonic death (Early sonic 1981/83)


Esiste un nutrito credo tra i fan dei Sonic Youth che afferma come nella vastissima discografia di uno dei gruppi più influenti della storia del rock ci sia una sorta di “santissima trinità”. Una linea immaginaria dopo la quale qualsiasi parola aggiunta o tolta a quanto si è già detto può portare al peccato. Lungi dal voler rileggere pagine e pagine di recensioni, critica e wikipipponi tra i quali ci si può benissimo perdere in giudizi sommari (o totalizzanti) è utile anche capire come quella “santissima trinità”, quel tempio insomma è stato costruito. All’indomani dell’uscita del primo crisma, Confusion is sex (siamo nell’83) i Nostri bazzicano e non poco l’underground della Grande Mela, sempre interessati a quello che avveniva in ogni buco di culo che si possa definire artistico. Frequentano Lydia Lunch e tutti quei bravi teppisti della no wave e sono attenti anche a quello che succede nel resto degli States. In particolare Moore è attratto in maniera viscerale dal fenomeno dell’hardcore e dalla sua etica. E proprio nell’83, in pieno spirito DIY fa uscire per la sua etichetta (la Ecstatic Peace!) questa chicca, che verrà ristampata su cd sia dalla Blast first che dalla mitica SST, Sonic death (Early sonic 1981/83). L’album non riporta i titoli delle tracce ed è diviso in due lunghissime suìte intitolate semplicemente Side one e Side two, evidentemente prese di peso dal precedente formato a nastro. All'interno del booklet non c'è alcuna informazione utile, solo un collage di foto e nient’altro e questo è un bene per l’ascolto (sul web potete trovare la suddivisione interna delle tracce comprensiva di minutaggi). I brani in questione fanno parte dei due album e dell’EP precedenti, suonati tutti in occasioni live e appiccicati letteralmente uno dietro l’altro senza soluzione di continuità. Un’orgia continua di suoni, stupri chitarristici, grida e mantra provenienti da spazi sonici tanto vicini quanto irriconoscibili, clangori deleteri e dilatazioni ipnotiche: claustrocacofonia dalla quale sbucano fuori autentici gioielli di terrorismo musicale (Kill yr. Idols al minuto 48 ca.). Un vortice continuo che s’interrompe solo in alcuni momenti in cui la band dialoga durante il tour o quando nel bel mezzo di un live si ascolta il mormorio del pubblico o un suono di campane, siano esse vere o frutto dell’ingegno di Lee Ranaldo aiutato magari da dei cacciaviti. Robaccia non da poco, autentico avanguardismo alternato a momenti di giochi virtuosi e autolesionisti. In effetti, per quanto si possa ascoltare attentamente è difficile descrivere questo lavoro in maniera univoca: qualcosa a metà strada tra le migliori cavalcate degli Shit and Shine ma molto meno coerenti che converge con l’approccio ignorante, anarchico e gioiosamente sconclusionato delle Shaggs. Ma potrebbe benissimo essere preso per quello che è: da un lato il bisogno di sentirsi parte di una scena artistica, forse una delle più belle giunte dagli USA; dall’altro forse un cazzeggio puro e semplice ad opera di Thurston Moore. E se cosi fosse potremmo tranquillamente benedire queste registrazioni perché rendono efficacemente quale sia stato il punto di partenza di questa band nel loro lunghissimo percorso fino ad oggi: un universo sonoro vivo e livido, gioioso e distruttivo, allo stesso passo in cui si muove l’animo umano.


Il disco è quasi introvabile, qualche copia spunta fuori cercandola su ebay ma il costo non è proibitivo. Su megaupload si fa prima: www.megaupload.com/?d=0667WU80

marzo 16, 2011

Jon Hassell - Aka-Darbari-Java/Magic Realism 1983


“Come nel video, dove la tecnica dell’ «incrustation» (keying in) permette d’inserire o cancellare elettronicamente qualunque sfondo senza ledere il primo piano, è ormai possibile d’utilizzare il suono reale di musiche d’epoche e d’origine differenti dentro il quadro di una medesima composizione. Questo segna una svolta nella storia. Una tromba, ramificata dal computer in un coro di trombe, ricalca certi motivi del raga DARBARI sopra delle percussioni senegalesi registrate a Parigi...Un mosaico di frammenti «empruntés» (presi in prestito) da una orchestrazione hollywoodiana esotica degli anni cinquanta si designa nello sfondo (come una tessitura sonora identica ad una “Mona Lisa” che, in gran piano, si rivela essere composta da minuscole riproduzioni del Taj Mahal)...L’invocazione secolare d’un Pigmeo AKA della foresta centroafricana trasposto in sequenze d’accordi mai compresi prima, si eleva nel mezzo di cascate “gamelanesche” nate dalla moltiplicazione di un’unica “istantanea numerica” (digital snapshot) d’uno strumento suonato nell’isola indonesiana di JAVA, all’altra estremità del mondo...Una musica dunque auto-referenziale, cui certi lunghi passaggi sono legati o generati da passaggi più corti, non è senza punti comuni con la musica classica bianca del passato...AKA-DARBARI-JAVA/Magic Realism è una proposta per una musica classica «métissée » (coffee-colored) del futuro, nello stesso tempo in termini d’adozione di modalità d’organizzazione strutturale interamente nuove (suggerite dalla possibilità di ricomporre punto per punto un’immagine sonora o videografica con il computer), e in termini d’espansione d’un vocabolario musicale (limitato fino qui) permettente nel definire questa struttura, proposizione che lascia cadere la maschera ascetica che la tradizione eurocentrica ha sempre associato a l’espressione seriosa ”. E’ dunque sufficiente leggere le poche ma significative “note di copertina”per essere introdotti nell’immenso Aka -Darbari-Java , che segna, dopo il progetto Fourth World con Brian Eno del 1980 (Possible Music e Dream Theory In Malaya), un'altra tappa fondamentale del percorso mistico e visionario del compositore e trombettista statunitense Jon Hassell, iniziato con Vernal Equinox del 1977. Collaboratore di La Monte Young e Terry Riley, da cui eredita il fascino per le sequenze mantriche di natura orientale, la sua ricerca a cavallo tra jazz, world music e elettronica giunge forse qui al suo significato più profondo...per sempre sepolto nei corridoi dell’ ignoto e carico di mistero. Quello che propone Hassell all’ascoltatore è puro movimento...tutto qui è movimento...lievitazione in uno spazio immaginario dove anche ritmi incalzanti contribuiscono a nascondere qualsiasi referenza col reale. La sua tromba è in continuo viaggio con il vento...è impalpabile...invisibile...rimane sempre un “fantasma”...un demiurgo che plasma la materia sonora...la converte da solida a gassosa...ma permane piuttosto nello stato intermedio...qui è tutto un liquido...un flusso di acque sonore come nei dipinti mobili di Tarkowski...non rimane che fluttuare in un impero infinito...vedendo accrescere la propria coscienza.

marzo 13, 2011

New Wave

Dopo l'esplosione iconoclasta del punk le ceneri cominciano a depositarsi. Ceneri di rabbia e creatività. Quest'ultima sarà la malta da cui prende forma la new wave per tornare a (ri)costruire il discorso musico-culturale cominciato nei sixties. Un movimento caleidoscopico, poliedrico che getterà basi, spunti, interpretazioni talmente innovative da risultare terribilemente attuali anche oggigiorno. Si passa dalle schitarrate sornione dei Television alla teoria de-evoluzionista dei Devo, dalla disco di Blondie alla furia e al feedback dei Jesus and Mary Chain, dallo psicodramma dei Bauhaus ai ritmi claustrofobici dei Suicide. Locali come l'Hacienda di Manchester ed il CBGB di Manhattan saranno teatro di questi incredibili spettacoli. Molti di questi gruppi a loro volta daranno vita a nuovi e gravidi generi musicali.

1) Blondie - Atomic (Eat to the Beat 1979)
2) Bauhaus - In The Flat Field (S/T 1980)
3) Suicide - Frankie Teardrop (S/T 1977)
4) Joy Division- The Only Mistake (Still 1981)
5) Television - See No Evil (Marquee Moon 1977)
6) Talking Heads - Psycho Killer ( Talking Heads 77 1977)
7) Devo - Mongoloid (Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! 1978)
8) Pere Ubu - Non Alignment Pact (The Modern Dance 1978)
9) Stranglers - Golden Brown (La Folie 1981)
10) Cure - Fire In Cairo (Three Imaginary Boys 1979)
11) Sound - I Can't Escape Myself (Jeopardy 1980)
12) Violent Femmes - Blister In The Sun (S/T 1983)
13) Wire - 12XU (Pink Flag 1977)

In Italia la new wave trova terreno fertile tra le campagne toscane grazie ai primi Litfiba, ai Diaframma e a i Neon, ma attecchisce in modo originalissimo anche nell'Emilia Paranoica dei CCCP.
Una bellissima lettura sul periodo della New Wave è fornita da Simon Reynolds: Post Punk (Isbn edizioni 2006)

marzo 12, 2011

Machinarium

Un piccolo gioiellino per i nostalgici dei tempi (videoludici) andati.
Tutti quelli che erano adolescenti e dotati di personal computer negli anni '90 sanno di cosa sto parlando; avventure grafiche come Simon the Sorcerer, Monkey Island, Full Throttle e Grim Fandango hanno accompagnato chi in quegli anni aveva una fervida immaginazione non ancora intaccata da eccessi di ogni sorta.
Tra una sega e l'altra ci si immergeva in mondi fantastici creati da pionieri dell'arte digitale, le risorse tecniche erano nulla in confronto a quelle odierne, ma i cervelli funzionavano alla grande.

Machinarium, videogame prodotto dalla software house indipendente Amanita Design, ci riporta indietro nel tempo e ci fa rivivere quelle emozioni. Sviluppato in Flash e disegnato interamente a mano, il gioco è ambientato in un mondo popolato da robot, in uno scenario dall'estetica steampunk con paesaggi romantico/gigeriani che donano al tutto un'aurea surreale e visionaria. Degno accompagnamento all'eccezionale qualità delle immagini è la superba colonna sonora composta dal ceco Tomas Dvorak, in arte Floex, musica minimal/electro/ambient di pregevole fattura, una piccola perla anch'essa. Non sarà raro compiere spostamenti ininfluenti ai fini del gioco solo per godere della musica o ammirare l'opera dei disegnatori.
L'impatto con il gioco è immediato, una volta avviato scopriamo di impersonare un piccolo robot di nome Josef (una sorta di tributo a Josef Capek), gettato apparentemente senza nessun motivo in una discarica alle porte di una città/fortezza. Da lì inizia la nostra avventura, che ci porterà a svelare i motivi del nostro "confino".
Andremo alla scoperta della città con il solo utilizzo del mouse, fattore che renderà più semplice l'approccio e ci eviterà di dover studiare i quindicimila tasti che si è soliti utilizzare nei videogiochi di ultima generazione, permettendoci di concentrare le nostre energie sui vari rompicapi.
Rompicapi che diverranno gradualmente più difficili con lo svilupparsi della trama, ma che in ogni caso potranno esser risolti con l'aiuto di due tipi di suggerimenti, uno molto semplice e sempre visualizzabile, un altro da sbloccare giocando a un minigioco sulla scia di Space Invaders, un piccolo tributo alla storia del videogame e un diversivo originale creato anche per dissuadere i cheaters.
Una particolarità è il linguaggio utilizzato per comunicare; consiste in animazioni e disegni che compariranno sotto forma di balloons fumettistici, niente parole quindi (senza dimenticare i mugugni di Josef, ovvio).
L'unico punto dolente di questo piccolo capolavoro è la scarsa longevità, Machinarium è un breve racconto videoludico, una volta finito una lieve malinconia si impossesserà di voi, come quando divorate un libro e rimanete delusi dal fatto che sia già finito.
Quindi, se cercate un videogioco che vi coinvolga e stimoli le vostre funzioni mentali, provatelo. In caso contrario datevi a Farmville.

P.S. Costa solo 19€.

marzo 10, 2011

cinque dischi dell'anno che fu, duemiladieci



Quarto disco: eluvium. static nocturne. watership sounds . ambient-drone.





Eluvium è Matthew Cooper quando crea, quando incanta. Compositore americano originario di Portland, ma di casa a Louisville, debutta nel 2003 con Lambent Material, opera a metà strada tra il maestro Brian Eno e William Basinski; auscultare under the water it glow, impronta dell’inconfondibile pòiesis di Eluvium. Eluvium è anche Matthew Cooper quando si siede davanti ad un pianoforte e pigia, con grazia, quei tasti bianchi e neri: An accidental memory in case of deaths, ventisei minuti e ventisei secondi di sensibilità classica e frammenti di silenzio, a(t)tratti. Passa ancora un anno, 2005: Talk amongst the trees conferma il talento dell’artista, con il brusco ritorno alle origini, alle ondate di chitarra e tastiere, al primordiale rumorismo romantico: everything to come, show us our homes, one.

Due anni di silenzio, un’eternità.

Siamo nel 2007 quando viene rilasciato il quarto disco di Eluvium, Copia, il suo capolavoro, probabilmente. Tra droni celestiali e ballate al pianoforte ( Indoor swimming at the space station, Prelude for time feelers, Radio ballet ) e l’incremento di archi e fiati ( Ostinato ), si ha la sensazione di ascoltare un album più corposo, concreto, quasi tangibile. Un anno più tardi, Eluvium ha l’arduo compito di ripetersi, dimostrare il suo valore; palla da un lato e portiere dall’altra: Smiles. Sempre marciando lungo il sentiero ambient mostra una timida sterzata cantautoriale, così gradiamo, per la prima volta, la voce di Mr. Cooper intersecarsi con una sezione ritmica. Senza alcun dubbio non è il miglior Eluvium, ma è pur sempre un tentativo di evoluzione rilevante. Dopo sette anni di sodalizio con la Temporary Residence Limited, Eluvium sbarca sulla Watership Sounds, e pubblica Static Nocturne, il 15 ottobre del 2010 in edizione limitata. Il disco si compone di un'unica traccia, cinquanta minuti e otto secondi, che ripercorre i fasti del già citato e acclamato Talk amongst the trees. Una lunga cavalcata Basinskiana, sbilanciamoci: The garden of brokenness, il miracolo firmato Basinski; pura visione ipnagogica - un terremoto squarcia la terra, l’oceano avanza, una nave strombazza lontana, biglietto di sola andata ! biglietto di sola andata !, bagliore di luce, grandine e grandine che picchia feroce, poi il naufragio, il naufragio tormentoso di corpi impalpabili, evanescenti sull’abisso. Ascoltando Eluvium si viene assorbiti da un vortice ascetico, un limbo illibato di riconciliazione con sé stessi e con la natura dove spazio e tempo sono puri significanti senza significato, non esistono.

Eluvium è anche Matthew Cooper quando ci regala scosse notturne, amene “elettriche” emozioni come queste:
http://www.youtube.com/watch?v=yAeH5nr0c_s

marzo 07, 2011

Taj Mahal Travellers



Gruppo errante giapponese, i Taj Mahal Travellers suonarono durante il loro viaggio da Amsterdam fino al Taj Mahal, in India. Il viaggio, carico delle metafore che comporta, durò due anni, e fu documentato da registrazioni ambientali poi raccolte su due album, uno datato 1972 e l'altro 1974. I titoli degli album sono semplicemente gli anni di registrazione, quelli delle tracce sono gli orari di inizio e fine, come nel caso del primo disco, o numeri romani, a confermare lo spirito di improvvisazione totale ricercato dal gruppo. E' lecito supporre infatti che gran parte della musica suonata da questi "guru" non sia stata registrata, dato che i Taj Mahal Travellers amavano suonare all'aria aperta e in totale fusione con la vita che conducevano, senza quindi quella lacerazione che l'industria discografica ha acuito.
Il disco August '74 è un doppio LP con quattro improvvisazioni psichedeliche attorno ai venti minuti, una per facciata. L'induzione ad un ascolto spirituale è data dalla lentezza e dalle variazioni di volume, oltre che dall'approccio mistico adottato, e da un'elettronica iper-dilatante. Lo stato alterato in cui ci si trova fin dalle prime note stimola la meditazione, la trance, e fa acquisire una visione nitida al terzo occhio non appena ci si stende ricercando attraverso la deconcentrazione una più profonda concentrazione .
L'invocazione degli strumenti si concretizza gradualmente, in modo ripetitivo e minimale, come percezioni in un ambiente naturale su una risacca di droni, generando visioni inquietanti o rassicuranti ma sempre passeggere. I canti sono a tratti cori tibetani, a volte sussurri solitari oppure dialoghi con l'eco elettronica o con altre entità non meglio specificate lasciate all'immaginazione dell'ascoltatore. Percussioni vibranti in sottofondo e fiati dal sapore esotico aprono alla fantasia di ciascuno spazi in continua espansione.

Una delle caratteristiche più sorprendenti di queste registrazioni è la dinamica dei passaggi,totalmente naturale, con un lavoro di sfumature cangianti talmente lente da far cadere l'io cosciente in una goduria estatica che solo la meditazione trascendentale è in grado di produrre. Ci si trova così da un inizio di note isolate di intonazione variabile ad ascoltare uccelli selvatici su gocce di pioggia (il tutto reso dalla fusione elettro-acustica non da campionamenti naturali) che avvolgono brevi melodie inquiete di voce o fiati. O da un semplice ritmo ossessivo il gruppo sviluppa un rituale con richiami tribali, ululati e ronzii ultraterreni. Cimbali e sonagli lo sorreggono, mentre i mantra si susseguono unendosi a spiriti elettronici.
Gli effetti che un tempo la musica orientale ricercava per esempio con le diplofonie della voce sono resi ora da distorsioni costanti attuate dall'elettronica sugli strumenti acustici, molti appartenenti alla tradizione persiana (ad esempio il santur), o violino e armonica, e anche l'eco non è più dato da catene montuose o da droghe allucinatorie ma dalle manopole opportunamente azionate.
Ogni traccia si evolve seguendo l'ispirazione del momento, il mutamento della filosofia taoista non potrebbe trovare compimento musicale più devoto. Le voci e gli strumenti riemergono e si perdono in un flusso continuo, per sparire infine in lontananza lasciando l'ascoltatore come al termine di un'ipnosi, incerto su quel che è appena stato.

marzo 04, 2011

Heisenberg: Principio di indeterminazione del bene e del male.


Breaking Bad (AMC, USA), 3 stagioni trasmesse, quarta prevista in America da Luglio 2011.
Di Vince Gilligan, con Bryan Cranston, Aaron Paul, RJ Mitte.

Walter White è un personaggio perfetto e magistrale è l'interpretazione che ne dà Bryan Cranston, impresa che gli ha fruttato per tre anni consecutivi il riconoscimento di miglior attore protagonista di un serial agli Emmy Awards. Sei Oscar della televisione e almeno una trentina di altri premi sono numeri che parlano chiaro: questo drama è un capolavoro. Ideata da Vince Gilligan (si è fatto le ossa su alcune puntate dell'indimenticabile X-Files), la serie è girata ed ambientata ad Albuquerque, la più grande città del New Mexico, la prima frontiera della droga messicana negli States.
Benchè l'espressione Breaking Bad possa far pensare ad un attimo di follia isolato, ad un raptus solitario nella ripetitiva quotidianità, la trasformazione di Walter White - un onesto ed umile padre e marito, un insegnante di chimica delle superiori perfettamente allineato a tutte le leggi sociali - possiede quella perseveranza nota a tutti come diabolica. E' il male dentro di lui (un tumore polmonare inoperabile diagnosticato appena compiuti i 50 anni e nascosto alla famiglia) a far avvenire questo passaggio al lato oscuro, o piuttosto è anche esso la manifestazione del Male - quello inevitabile, quello con la maiuscola, quello che muove la Storia - che da sempre in lui albergava, che nella normalità di ogni giorno veniva repressa, e che adesso trova la forza di venir fuori?
Walter non ha niente a parte la chimica e la sua bellissima famiglia. L'amatissima moglie Skyler è di nuovo incinta, suo figlio Walter Jr è intelligente ma pur sempre portatore di handicap: problemi che lo stipendio da professore riesce appena a coprire, arrotondando ogni tanto col part-time all'autolavaggio. Curare una malattia incurabile - il suo tumore - al prezzo della sanità americana non è forse la decisione ideale: nella migliore delle ipotesi Walter sopravviverebbe, sommerso dai debiti. Per garantire dunque non un trattamento per la sua malattia, ma la stabilità economica futura della sua famiglia, Walter decide di diventare Heisenberg, un produttore di metanfetamine: soldi facili, tanti ed in breve tempo, prima di tirare le cuoia. L'ultimo atto d'amore verso la sua famiglia, una richiesta di perdono, forse, per non poter essere riuscito a garantire loro tutto quello che desiderava. Un attestato di insoddisfazione per il proprio status attuale. Necessità e/o cupidigia.
I motivi per vedere questa serie sono tantissimi, neanche lontanamente enunciabili in un breve resoconto. La storia di Walter/Heisenberg, attraverso regia, sceneggiatura, dialoghi ed interpretazioni, si arricchisce in ogni puntata di sfumature appena percettibili eppure fondamentali per garantire il livello di immedesimazione offerto. Ogni personaggio intorno a lui (e sono molti) è tridimensionale, ben caratterizzato, reale più che realistico, eccezionalmente embricato col fluire della storia, quest'ultima sempre più vicina al limite tra lecito e non lecito. Ed è proprio la labilità di questo limite il fulcro di tutto: un limite puramente arbitrario, esattamente come quello tra droga e sostanza tollerata, tra Bene e Male, reassunto nella risonante dicotomia Walter/Heisenberg, motore di una storia di scissioni e tensioni umane. Chimica, in effetti.

marzo 02, 2011

Seefeel - Seefeel

La macchina prende fattezze umane. La forma si decostruisce e si ricristalizza in un nuovo ordine. Alieni incantatori e distorsioni metropolitane...
In occasione della ventennale onnipotenza della Warp records, i Seefeel rompono il silenzio durato quindici anni. Quindici anni durante i quali i britannici sono ricomparsi sotto forma di brevi episodi (i rmx di Aphex Twin e Autechre) o impegnati separatamente in altri progetti (Scala e CliffordandCalix).
La struttura di questo self-titled è meno evanescente di alcuni album precedenti e più massiccia è la presenza di casse e rullanti; pur conservando le (classiche) timbriche impalpabili che contraddistinguono la band, la sostanza sonora e molto più materica. L'ouverture è lo schianto dell'astronave-Seefeel sulla terra: O-one one è l'esplosione, Dead guitars la regola del nuovo sentire-ascoltare. Faults (contenuto anche nell'omonimo ep del 2010) è contraddistinto da un beat ben definito sulla quale s'intrecciano la candida voce di Sarah Peacock, che rievoca i bei tempi del dream-pop formato Cocteau Twin e dei primi Sigur-ros, e odori di computer made in U.K. Tracce come Gzaug e Step down sembrano confezionate dai loro connazionali Autechre: è il tema della macchina impazzita (malinconica) di Tri Repetae ++. Mentre Clifford tesse la trama, Ishihara destabilizza e Peacock prega... è il preludio alla decadente Airless: un continuo crescendo di una infinita cantilena... senz'aria, sicuramente la traccia più azzeccata dell'album. Magicamente l'incantesimo s'interrompe e l'astronave ridecolla con Sway: chitarre sfrangiate, noise e sibili alieni salutano la terra riproponendo i Seefeel come gruppo tra i più interessanti della scena ambient-alternative e la Warp come etichetta di punta della musica mondiale.

marzo 01, 2011

GHOST - Opus Eponymous

 
  1. Deus Culpa
  2. Con Clavi Con Dio
  3. Ritual
  4. Elizabeth
  5. Stand by Him
  6. Satan Prayer
  7. Death Knell
  8. Prime Mover
  9. Genesis

Ovvero adorare Satana con la gioia nel cuore.

Esordio col botto questo dei Ghost, gruppo sorto dal nulla nel 2010 e che, dopo una demo e un singolo, pubblica nell'ottobre scorso Opus Eponymous per la Rise Above. Dei componenti non si sa nulla per loro stessa volontà, tranne la loro terra di provenienza, la Svezia (anche se circola voce che dietro il progetto ci sia l'inglese Lee Dorrian, ex Napalm Death e Cathedral e proprietario della Rise Above).

Le loro canzoni hanno una struttura essenziale, di chiara ispirazione seventies (Blue Oyster Cult, Pentagram, Sabbath), la voce richiama alla mente quella di King Diamond (storico cantante dei Mercyful Fate) ma è meno aggressiva, votata completamente alla melodia. Il riffing è articolato ma senza virtuosismi nè parti particolarmente aggressive, la batteria è essenziale ed efficace, mentre gli inserti di hammond accompagnano la voce che predomina sul tutto, che si imprime nella mente e invoglia a canticchiare, come se stessimo ascoltando delle hit pop.
Apre il disco Deas Culpa, introduzione di solo organo alle invocazioni a Satana che seguiranno per tutta l'opera: "Lucifer, We Are Here For Your Praise", inizia così Con Clavi con Dio (probabilmente la canzone peggiore del lotto), un concentrato dei clichè del genere ma con la caratteristica che accompagnerà tutti i brani, ossia l'orecchiabilità delle parti vocali.
Il livello qualitativo si alza con Ritual, che ci regala dei riffoni che più anni settanta non si può e un ritornello terribilmente accattivante, lo stesso discorso vale per Elizabeth e gli altri pezzi: Stand By Him, Satan Prayer, Death Knell e Prime Mover. Tutte composizioni non particolarmente originali ma di sicuro impatto.
Discorso diverso per l'ultima traccia, la stupenda strumentale Genesis, che per i suoi quattro minuti ci accompagna a suon di hard prog e in cui vien fuori, a tratti, il gusto per la melodia tipico di alcune band della scena death metal svedese.

I sei sacerdoti neri, insomma, ci regalano un disco piacevolissimo da ascoltare e soprattutto da non prendere troppo sul serio, ottimo da sparare a tutto volume nei momenti di cazzeggio estremo, tra una birra e l'altra.
 
P.S. Attenti, potreste ritrovarvi a cantare Satan Prayer in posti non adeguati... e allora sarebbe compiuto il loro proposito: "Specific attention will be paid to targeting people (research suggests these are most likely to be adolescents) who have a void in their life, perhaps caused by some form of emotional trauma or upset. This can be alluringly filled by the music and philosophies of Ghost. In time, these easily manipulated children will come to share the views and goals of the Ghost ministry and can prepare their own plans for the downfall of humanity..."

Ritual live 2010 at Hammer of Doom IV